Andare Avanti.

Bivio

Giorni che son passati dall’ultima volta che ho scritto qui; o meglio, giorni che son passati da quando ho scritto qui più di quattro o cinque righe. Non credo che avrò la costanza dei primi tempi e non credo che riuscirò bene o male scrivere più di un paio di post alla settimana, uno, il doverlo pensare ed elaborare anche solo a grandi linee mi sembra problematico e pesante. La vita cambia i modi e il tempo delle persone e questi cambiamenti portano a cambiare abitudini e a lasciarne altre, non senza dispiacere, per mera necessità di andare avanti.

Andare avanti.

Queste due piccole parole mi ricordano molto il rassegnarsi delle persone, il mio rassegnarmi, quello del mio amico in difficoltà o quello di un qualunque conoscente che dopo una lunga, e spesso intensamente dolce, storia finisce la frase con un sorriso e un : «Ma bisogna andare avanti» e spesso con l’aggiunta di un’ennesima parola, un sospiro di parola «pur».

Ultimamente mi viene da pensare o sussurrarlo a bassa voce questa frase minima e devo dire che la cosa genera inconsapevole conforto verso lo sconforto, ovvero il desiderio di allontanare il pensiero per qualche ora come a “metabolizzarlo” per superare la giornata e poi venir investito dal pessimismo più cupo. Piangere in alcuni casi non lo troverei denigrante ma solamente umano.

 

È un fatto che questo paese prosegue quasi sordo e cieco alla deriva economica prima, e morale dopo della sua classe politica ma soprattutto per i suoi abitanti. E più che altro al continuo credere che tutto andrà bene magari percependo che qualcosa non quadra ma continuando a puntare sempre sullo stesso cavallo anche se ormai stremato e smascherato da quello che realmente è o possa fare. E sappiamo entrambi (tu che mi leggi) a chi mi riferisco. È un discorso che ormai potrebbe diventare un capitolo in un libro di psicologia (psichiatria?) nei corsi universitari; il modo con cui, usando le parole di Montanelli: “l’Italiano non sa andare a destra senza sbattere contro il manganello”. L’Italiano crede.

L’Italiano crede è uno di quei lati belli che mi piace assaporare nella gente, anche dell’amico del paese. Perché l’Italiano crede in quello che è ormai consolidato a “fonte” d’ informazione, piuttosto che di altre cose (il pensare è optional o almeno lo è fino a un certo punto). L’agganciarsi a un qualcosa, o a qualcuno o peggio ancora alle parole di qualcuno lo mantiene in uno stato di calma e sicurezza (apparente).

Un esempio è il caso ormai famoso della finta donna proveniente dall’Aquila (qui il video)  che con grande vanagloria diceva in poche parole che il governo ha fatto un ottimo lavoro e ormai i senza tetto solo solo qualche centinaio quando chi è ancora senza casa sono migliaia di persone e il centro storico è ancora, nella sua quasi totalità, com’era dopo il terremoto. Purtroppo.

Un’altra cosa che mi è capitata sotto mano nei giorni scorsi è quella della professionale (?) Candida Livatino la grafologa del Tg5 (qui il video)  che con sicuro fare commenta il profilo dell’ormai tristemente noto padre delle gemelline scomparse, Schepp. La suddetta lo descrive come un mostro dal carattere brutale, il tutto da delle parole tracciate in una cartolina palesemente scritta con un editor per computer come il famoso Office e similari.

 

Scene così di normale e sicur modo di raccontare balle ormai è all’ordine del giorno. E cosa si può fare ormai senza dire: “Bisogna pur andare avanti”.

 

O forse no (l’immagine).  (il link).

I veri problemi del paese.

 

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E dopo a aver smaltito il tutto…

…finalmente dalla prossima settimana questo spazio riapre ufficialmente. Buone feste.

 

A Martedì.

 

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Ritorni.

Credo sia tempo di ritornare a scrivere.

Aspettando.

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Ciò che non uccide, avvilisce.

L’assenza tra questi spazi è dovuta a tante piccole cose, tutte personali a partire dall’anniversario della morte di mio fratello maggiore (sette anni. Un tempo lungamente corto), alla consapevolezza di non riuscire più a scrivere qualcosa che realmente potesse piacere a me, in primis. Ho provato ogni sera a scrivere qualcosa eppure anche un semplice punto e virgola mi sembrava banale. Scrivevo forzature e non pensieri.

Potrei parlare dei tanti problemi sorti ultimamente, come le liste, mills, bertolaso. Insomma, ci sarebbero davvero tante cose, ma che ormai hanno trovato parole e pensieri che un ulteriore mio sarebbe insensato se non “ovvio”.

Parliamo invece di quel che fra poco sarà. L’otto marzo. Festa della donna.

Giorno nel quale un uomo tratta, come si dovrebbe sempre fare, bene una donna. Una cena, un fiore, qualche pensiero. Il giorno dopo, purtroppo, il rispetto cala nelle solite angherie. Un giorno di pausa.

Certo non è sempre così, e lo spero vivamente, ma spesso e volentieri trattare male una donna è un qualcosa che fa parte non del sistema ma dell’ambiente.

In questi giorni un altro grande terremoto ha colpito il nostro pianeta. È toccato al Cile. Disperazione e morti. Come ad Haiti. Ed è proprio Haiti, dimenticata dai telegiornali e dalle cronache quella che ora sta subendo ancora. Dalla natura contro l’uomo. All’uomo contro l’uomo, o meglio contro la donna.

Ciò che la natura non uccide, l’uomo pensa ad avvilirla. Dopo il 12 Gennaio, tra il caos e la paura palpabile fra la popolazione si è riscontrato un considerevole e significativo aumento delle aggressioni contro donne e bambine. Tali atti si consumano in quelle che dovrebbero essere appigli alla speranza. Le tendopoli e i rifugi temporanei ora disseminati in tutto il paese. In tutto il paese più povero, ovviamente.

Le autorità, quasi assenti se non addirittura complici, ricevono numerose denunce. Ogni giorno.

Vista l’assenza di una certa sicurezza le donne devono rincorrere alle proprie armi per difendersi. Rimanere sveglie a turno. Sperare che i loro mariti le difendano insieme ad altri. Uscire insieme. Non allontanarsi troppo. Indossare Jeans sotto altri indumenti per essere più sicure durante la notte. Ad aggiungere paura allo sconforto ci sono quei tanti prigionieri scappati dalle carceri.

Vivere ad Haiti prima del terremoto non era comunque facile. E quando dico non era comunque facile intendo: non era facile per le donne. Lo stupro è stato riconosciuto come reato solamente nel 2005, seppure nel generale questo reato godeva di una sua immunità. Nella legge veniva definito “reato d’onore”, il che portava alla vittima il dolore e pure la vergogna. È un passato sporco quello di Haiti. Il brutto è che questa sporcizia c’è un ogni paese del mondo. Non cambia l’atto, al massimo cambia la quantità.

Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now parla così:

“La cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori… dobbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C’è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione. “

È un problema che si doveva effettivamente capire subito. Ogni catastrofe ha portato alla degradazione della civiltà, e chi ne viene preso di mezzo sono sempre le donne e i bambini. In ogni guerra vi è un primo atto di sangue e un secondo di depredazione sessuale. Ogni piccola guerra ha portato con se sangue, morti, distruzione e stupri.

Personalmente tutto questo mi deprime come uomo e persona, eppure so per certo che non potrò mai capire il senso completo dello stupro. Posso percepirlo, posso immaginarlo. Ma non credo che riuscirò mai a capire la sensazione di un danno “femminile” con un pensiero che comunque è mio ed è “maschile”.

E questo è un mio limite.

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Memoria.

auschwitz

Quando non ci saranno più uomini e donne con quei numeri tatuati sulle braccia a ricordarci cosa è successo, rischieremo probabilmente di dimenticarci cosa è successo a quel tempo.

Bisogna ricordare, ricordare e ricordare.

Il resto non conta.

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