
«Bontà e ragione non sono nella natura, ma esistono in noi, in noi esseri umani con i quali il caso si diverte; ma possiamo essere più forti del caso e della natura, anche se solo per pochi istanti. Possiamo anche essere vicini l’uno all’altro, quando ce n’è bisogno, e guardarci negli occhi con comprensione; possiamo amarci e vivere confortandoci a vicenda.» Hermann Hesse
Noi, come popolo e come nazione, nella storia (dalla più recente alla più lontana cronologicamente) abbiamo visto le cose più disparate. Invasioni, guerre, suddivisione della panisola, saccheggio, depredazioni. Anche cose positive (almeno sulla carta) come l’unificazione della penisola, la giovine Italia, la giovine Europa, l’Europa, il miracolo economico italiano. Insomma, non ci siamo fatti cambiare il bel tempo ma nemmeno quello brutto. Poliedrici.
Spesso si sente dire che gli Italiani all’estero sono tanti ed hanno subito le peggiori angherie. In Belgio. Negli Stati Uniti. In Australia. E via, in altri paesi chi con maggior risalto chi con minor. Reietti in un paese ospitante.
Questo fatto spesso e mai malvolentieri viene usato per giustificare taluni fatti di xenofobia e razzismo. Se non razzismo, di certo il termine xenofobia non può essere scartato. Si ha paura del diverso.
Chi non la pensa come me, troverà certi argomenti del tutto scontati. Possono anche dibatterli evitando però di usare termini quali: “È/Sei un comunista”, “È/Sei uno di loro.”, “Se capitasse a te.”. Non mi dilungo troppo, l’essere ottusi non fa per me e l’abusare di questi discorsi mi rende inquieto.
Quel che dico avviene perchè il 26 ottobre in Italia approda una nave piena d’immigrati. 300 dovrebbero essere. Un barcone lungo, secondo le stime 17 metri, che per tre giorni (dal 23 al 26 ottobre) ha navigato in un mare in tempesta. Tre giorni perchè la nave venisse messa in salvo.
Troppo? Troppo.
Il ritardo è avvenuto grazie alla nuova politica dei respingimenti addottata dall’attuale Governo (che ocme ben sappiamo i clandestini/immigrati via mare sono solo la più piccola parte). All’arrivo del barcone sono stat trovare 49 donne, di cui quattro incinta e 29 bambini. Il resto uomini. La vita di un uomo Eritreo o Somalo, è andata persa per il semplice fatto che la nuova linea del governo e quello del governo maltese è un scrollarsi di dosso la situazione. Sempre.
A onor del vero, se in regolamenti dobbiamo parlare, il governo Maltese evita in qualunque modo di prestar soccorso, affidandosi al passato del governo Italiano che provvedeva al recupero dell navi e alla loro messa in salvo. (che come ho detto ora è cambiato).
Il 23 ottobre il governo Italiano ha solo girato la comunicazione alla Libia e a Malta, senza prestare soccorso. Le acque erano di competenza maltese.
Così si è finito per decidere che i respingimenti se non tornano a Valletta (Malta) ritornano a Tripoli (Libia).
La nave che il 26 Ottobre è rimasta in Italia e non verrà respinta, deve la sua sfortuna e fortuna, al fatto che quel giorno, quei giorni, il mare era troppo brutto da affrontare per il respingimento. Arrivando al paradosso che per avere aiuto bisogna aver sfortuna. Sempre. (per cronaca è anche vero che essendo i naufraghi Eritrei e Somali godono di accoglienza umanitaria. Cosa che comunque non è estesa a tutti i paesi africani).
Tutto questo per proseguire con quello che volevo dire. I respingimenti.
Visitare certi siti come questo di Fortress Europe e leggere via via i vari racconti, gli scritti e quel che succede in Italia e in Europa nel suo complesso fa capire come un paese come il nostro, il mio paese, che si professa splendidamente cattolico e amorevole e che fa della fede e della vita virtù da proteggere con i denti anche contro il volere delle persone stesse (vedi il caso Englaro, vedi il caso del Testamento Biologico), sia così cieco e bieco e supponente e ipocrita da non vedere come questo “respingere” per rimandare in Libia sia una lesione di tutto quello che il vangelo scrive. Non viene da me, sono i politici e la maggioranza degli Italiani che si professa credente. Fortemente a volte.
Eppure però il governo, e gli italiani se volessero saprebbero e sanno, che succede questo:
Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per due mesi alla prigione di Djuazat, un mese a Misratah e otto mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”
Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per un mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano.”
Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata tre volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinta. Una volta che escono di prigione non resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli aborti.”
Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli.”
Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto cinque volte: una volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. A ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia.”
Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”
(Via: qui e qui)
E io mi vergogno. Mi vergogno. E il solo non aver votato questo governo, non mi basta più per togliermi via questo senso di schifo che mi pervade.
Quando l’ipocrisia è così palese tutto il resto mi sembra vago.
Quando sento poi che un Premier, urla e salta e inveisce con “Io non mi dimetto nemmeno se mi condannano” allora non c’è senso che questa ipocrisia se ne vada.
È un paese malato. E questa malattia ce la siamo presa noi. Noi mafiosi, noi malavitosi, noi evasori, noi precari, noi sorridenti, noi città d’arte, noi solari, noi poveri, noi ricchi, noi studiati, noi politici a cui non bastano 23 mila euro al mese, noi studenti, noi ricercatori non pagati, noi utenti, noi elettori.
Perchè abbiamo deciso da tempo ormai, che il controllo del nostro paese lo devono fare persone che da 20 o più anni, stanno facendo le solite. Non cambiando di una virgola. In meglio proprio no. In peggio. Ecco questo sì.