Ciò che non uccide, avvilisce.

L’assenza tra questi spazi è dovuta a tante piccole cose, tutte personali a partire dall’anniversario della morte di mio fratello maggiore (sette anni. Un tempo lungamente corto), alla consapevolezza di non riuscire più a scrivere qualcosa che realmente potesse piacere a me, in primis. Ho provato ogni sera a scrivere qualcosa eppure anche un semplice punto e virgola mi sembrava banale. Scrivevo forzature e non pensieri.

Potrei parlare dei tanti problemi sorti ultimamente, come le liste, mills, bertolaso. Insomma, ci sarebbero davvero tante cose, ma che ormai hanno trovato parole e pensieri che un ulteriore mio sarebbe insensato se non “ovvio”.

Parliamo invece di quel che fra poco sarà. L’otto marzo. Festa della donna.

Giorno nel quale un uomo tratta, come si dovrebbe sempre fare, bene una donna. Una cena, un fiore, qualche pensiero. Il giorno dopo, purtroppo, il rispetto cala nelle solite angherie. Un giorno di pausa.

Certo non è sempre così, e lo spero vivamente, ma spesso e volentieri trattare male una donna è un qualcosa che fa parte non del sistema ma dell’ambiente.

In questi giorni un altro grande terremoto ha colpito il nostro pianeta. È toccato al Cile. Disperazione e morti. Come ad Haiti. Ed è proprio Haiti, dimenticata dai telegiornali e dalle cronache quella che ora sta subendo ancora. Dalla natura contro l’uomo. All’uomo contro l’uomo, o meglio contro la donna.

Ciò che la natura non uccide, l’uomo pensa ad avvilirla. Dopo il 12 Gennaio, tra il caos e la paura palpabile fra la popolazione si è riscontrato un considerevole e significativo aumento delle aggressioni contro donne e bambine. Tali atti si consumano in quelle che dovrebbero essere appigli alla speranza. Le tendopoli e i rifugi temporanei ora disseminati in tutto il paese. In tutto il paese più povero, ovviamente.

Le autorità, quasi assenti se non addirittura complici, ricevono numerose denunce. Ogni giorno.

Vista l’assenza di una certa sicurezza le donne devono rincorrere alle proprie armi per difendersi. Rimanere sveglie a turno. Sperare che i loro mariti le difendano insieme ad altri. Uscire insieme. Non allontanarsi troppo. Indossare Jeans sotto altri indumenti per essere più sicure durante la notte. Ad aggiungere paura allo sconforto ci sono quei tanti prigionieri scappati dalle carceri.

Vivere ad Haiti prima del terremoto non era comunque facile. E quando dico non era comunque facile intendo: non era facile per le donne. Lo stupro è stato riconosciuto come reato solamente nel 2005, seppure nel generale questo reato godeva di una sua immunità. Nella legge veniva definito “reato d’onore”, il che portava alla vittima il dolore e pure la vergogna. È un passato sporco quello di Haiti. Il brutto è che questa sporcizia c’è un ogni paese del mondo. Non cambia l’atto, al massimo cambia la quantità.

Taina Bien-Aime, direttore esecutivo di Equality Now parla così:

“La cosa più straziante e scandalosa è che un minuto dopo il sisma, abbiamo temuto e previsto che si sarebbero verificati stupri e violenze sessuali. Quasi ogni giorno, vengono pubblicate storie di violenza sessuale e stupri nelle tendopoli o di come le donne temano di essere assalite da potenziali stupratori… dobbiamo imparare dagli errori del passato rispetto alla tutela delle donne e delle bambine nei periodi di guerra o calamità naturali. Alle donne haitiane viene spesso insegnato a soffrire in silenzio, ma la comunità internazionale non deve considerare inevitabile l’incontrollata violenza sessuale nell’Haiti del post-terremoto. Abbiamo fatto dei rapidi controlli nei campi in cui stiamo lavorando, e ci siamo imbattuti in denunce, molto simili fra loro, di bambine e donne che sono state vittime di violenza proprio in quanto donne. C’è un urgente bisogno di adottare misure appropriate per garantire loro protezione. “

È un problema che si doveva effettivamente capire subito. Ogni catastrofe ha portato alla degradazione della civiltà, e chi ne viene preso di mezzo sono sempre le donne e i bambini. In ogni guerra vi è un primo atto di sangue e un secondo di depredazione sessuale. Ogni piccola guerra ha portato con se sangue, morti, distruzione e stupri.

Personalmente tutto questo mi deprime come uomo e persona, eppure so per certo che non potrò mai capire il senso completo dello stupro. Posso percepirlo, posso immaginarlo. Ma non credo che riuscirò mai a capire la sensazione di un danno “femminile” con un pensiero che comunque è mio ed è “maschile”.

E questo è un mio limite.

Memoria.

auschwitz

Quando non ci saranno più uomini e donne con quei numeri tatuati sulle braccia a ricordarci cosa è successo, rischieremo probabilmente di dimenticarci cosa è successo a quel tempo.

Bisogna ricordare, ricordare e ricordare.

Il resto non conta.

Quando la parola perde il proprio valore.

Con le parole si è sconvolta la terra.

Così diceva Alfred De Musset. E se ci pensiamo e ci penso è perfettamente vero. La parola è tutto. È conoscenza, è istinto, è espressione. L’uomo ha il dono della parola e ogni parola ha il suo significato ben inteso. Può sfumare, può essere sforzato, ma rimane. È indelebile. La parola si sporca del significato che ha.

Ed è forse per questo che sento un lieve sospiro quando sento certe parole venir uccise del proprio significato, quando vengono pulite dal loro sporco.

La parola pace che prende il senso di guerra preventiva. La parola democrazia che prende il senso di conflitto. La parola religione che prende il senso anche di costume, e quindi imposizione. La parola politica che prende il senso di esasperazione.

Le parole che vengono usate per giustificare, quando invece dovrebbero essere i fatti a giustificare le parole, a dare adito del significato che hanno. Nessuno chiamerebbe il bianco, nero. Nessuno chiamerebbe il mare, montagna. Eppure è quello che avviene spesso e volentieri nella televisione, nei proclami politici, nelle notizie, nei titoli dei giornali.

Il nove e il dieci gennaio 2010 l’Italia, e principalmente il paese di Rosarno hanno segnato in modo indelebile (almeno per me) la sensibilità e il pensiero italico. L’ha reso fallace, sporco. Dopo tali incidenti, il ministro dell’Interno Maroni (che giova ricordare tentò di mordere la caviglia di un agente di polizia) ha dato la colpa all’immigrazione clandestina. Non vi è stato un discorso, un cercare di trovare il problema. A prescindere un ministro ha manifestato il proprio punto.

Non ha importanza cosa sia successo nel mentre, cosa ha portato al punto di rottura che tutti ora sanno. Il problema, la parola è: immigrazione clandestina.

Sparare contro l’immigrato, violentarlo umanamente e psicologicamente, usarlo, sfruttarlo, sbeffeggiarlo, cercando di usurparne l’umanità sia come lavoratore sia come uomo non hanno peso. Il problema era l’immigrazione clandestina.

Non ci si ferma mai, la parola deve essere completamente forte e incisiva prima dell’azione stessa. È vero che siamo passati in venti anni da nazione di emigrazione a nazione d’immigrazione ma non si è mai cercato seriamente di approntare politiche e azioni atte a portare integrazioni più o meno veloci. Niente. Ogni lieve tentativo di apertura a una società multietnica viene stoppato da questo o da quello, procrastinando all’infinito la ricerca di una soluzione. Comportando ovviamente allo strascinarsi del problema. Ogni volta si perde l’occasione per riflettere su quanto accade.

In quei giorni, certi giornali come “il Giornale” intitolava con grande tranquillità “Però questa volta hanno ragione i negri”. Negri. Si usa tranquillamente la parola negri. Come se non avesse un significato infimo. Come se non fosse niente. Si usano tranquillamente anche neologismi come “Bingo-Bongo”. Nell’indifferenza di una nazione, la mia, che è assordante. Significa che l’uso e lo stupro perpetuo di tante parole ha reso inutile il senso di mille parole. È un razzismo blando, sottocutaneo, normale. È normale che ci sia. È Ambiente. Fa paura, mi fa paura. Quando una cosa è ambiente è difficile ripulirla dal (e non del) significato sbagliato che le è stata attribuita.

Con le parole si è sconvolta la terra.

Bisogna andarci piano, con le parole.

Immagine di Alessandro Gatto

Digitale o non Digitale?

Pubblico in queste pagine un articolo non mio, non sarei capace di scriverne uno così accurato, specialmente se si parla di qualcosa di tecnico. Ringrazio quindi Miki64, l’autore dell’articolo. Articolo trovato nel blog del buon Sandro: Il Blog che non c’è. E che potete trovare liberamente qui (vi consiglio di leggere i commenti dove vengono spiegate altre cose.) Leggetelo con attenzione. E’ lungo, ma spiega molto bene se il digitale terrestre è una cosa buona oppure no.

L’Unione Europea ci ha imposto, entro il 2012, il passaggio dalla TV analogica alla TV digitale e noi italiani ci stiamo esaltando per questa svolta. Ma è tutto oro quello che luccica?

I vantaggi della TV digitale terrestre sulla carta sono parecchi e la nostra persuasiva televisione non fa che ribadirceli in continuazione:

  1. Suono e immagini dovrebbero avere una qualità pari a quella dei DVD rispetto alla TV analogica;
  2. Necessità di una ampiezza di banda inferiore, per cui all’interno di una determinata banda di trasmissione sarà possibile ricevere un numero maggiore di canali televisivi;
  3. segnale meno soggetto a disturbi;
  4. Offerta di servizi interattivi: spettatori che votano e partecipano ai programmi, che usufruiscono dei servizi interattivi predisposti dalla Pubblica Amministrazione (e-government);
  5. Nessuna spesa aggiuntiva per ricevere il segnale digitale;
  6. Per l’acquisto di decoder di tipo MHP (Multimedia Home Platform, oltre i canali gratuiti consente, dopo avere inserito l’apposita scheda, di ricevere anche quelli a pagamento) è previsto un contributo statale per chi risiede in un’area in fase di switch over (attivazione digitale terrestre a fianco dell’esistente segnale analogico) e abbia pagato il canone;
  7. Non c’è bisogno di parabola rispetto al segnale satellitare;
  8. Non serve l’intervento di un antennista;
  9. Le frequenze su cui viaggia il segnale digitale terrestre non rappresentano un pericolo per la salute;
  10. Possibilità di usufruire dei contenuti (audio o sottotitoli) in lingue diverse contemporaneamente.

Bella la teoria di chi ha interesse a venderci quello che dovrebbe essere un nostro diritto all’informazione, vero? Passiamo a guardare in faccia alla realtà.

Suono e immagini dovrebbero avere una qualità pari a quella dei DVD rispetto alla TV analogica? Falso.
Spieghiamoci meglio: le emittenti che trasmettono i programmi digitali hanno interesse a comprimere il segnale per fare entrare più canali nella stessa banda di frequenza, con conseguente e proporzionale perdita di qualità. E comunque la qualità da DVD non si può apprezzare se non si hanno i televisori di ultima generazione, quindi questo significa ulteriori spese per gli utenti.

Necessità di una ampiezza di banda inferiore, per cui all’interno di una determinata banda di trasmissione sarà possibile ricevere un numero maggiore di canali televisivi? Vero, però…
Lo abbiamo visto nel punto precedente: un maggior numero di canali televisivi significa anche un maggiore degrado del segnale di trasmissione.

Segnale meno soggetto a disturbi? Falso.
Spieghiamoci meglio: a differenza dell’analogico, dove il segnale si degrada progressivamente (nebbia, formicolio, righe e disturbi del genere) fino a scomparire del tutto, un canale digitale fino a un certa soglia di disturbo viene ricevuto bene, ma oltre tale soglia non viene ricevuto affatto!

Offerta di servizi interattivi: spettatori che votano e partecipano ai programmi, che usufruiscono dei servizi interattivi predisposti dalla Pubblica Amministrazione (e-government)? Falso.
Spieghiamoci meglio: tutto questo è ancora sulla carta. Lasciamo perdere la partecipazione interattiva ai programmi e concentriamoci sulla nostra burocratica Pubblica Amministrazione: davvero credete che sarà possibile ottenere facilmente da casa un servizio grazie alla TV? Ma se esiste Internet da una vita, ormai… e sui siti della Pubblica Amministrazione ci si scontra ancora con formati proprietari chiusi, accessibilità negata, burocrazia elefantiaca digitalizzata, inefficienza operativa e tutto il resto… come migliorerà la situazione con uno strumento così meno interattivo della TV?

Nessuna spesa aggiuntiva per ricevere il segnale digitale? Falso.
Spieghiamoci meglio: il segnale digitale non si riceve con gli attuali televisori analogici e quindi o si compra un televisore con sintonizzatore digitale integrato o si compra un decoder digitale terrestre per i vecchi televisori (e non uno per tutti i televisori posseduti, bensì uno per ogni televisore posseduto!). Ma non è finita. Con il decoder del digitale terrestre non si può registrare un programma e guardarne un altro perché ciascuna di queste operazioni richiede la presenza di un sintonizzatore digitale terrestre: uno per vedere un canale e uno per registrarne un altro. Nel caso in cui né il televisore né il videoregistratore abbiano il sintonizzatore digitale terrestre integrato, servono due decoder, uno da collegare alla TV e uno al videoregistratore. Un altro inconveniente del decoder esterno è che occupa un ingresso audio/video del televisore. Le spese aggiuntive ci sono, quindi, eccome.

Per l’acquisto di decoder di tipo MHP (Multimedia Home Platform, oltre i canali gratuiti consente, dopo avere inserito l’apposita scheda, di ricevere anche quelli a pagamento) è previsto un contributo statale per chi risiede in un’area in fase di >switch over (attivazione digitale terrestre a fianco dell’esistente segnale analogico) e abbia pagato il canone? Falso.
Spieghiamoci meglio: i requisiti per ottenerlo lo rendono di fatto o accessibile a pochi: 50 € importo del contributo (una miseria), 65 anni l’età minima per accedere al contributo e 10.000 € di reddito massimo per usufruirne. Non possiamo essere molto dettagliati per non appesantirvi nei dettagli, sappiate però che i modelli che usufruiscono del relativo contributo governativo sono introvabili e mediamente molto più costosi degli altri.

Non c’è bisogno di parabola rispetto al segnale satellitare? Vero, però…
Il segnale del satellite viene ricevuto ovunque, dato che non incontra ostacoli, mentre con le antenne terrestri del digitale questa cosa non è proprio scontata, visto che in certe zone è sufficiente una pioggia per non vedere più nulla… Se poi vogliamo dirla tutta, persino la larghezza di banda del segnale satellitare è svariate volte maggiore di quella a disposizione del segnale digitale terrestre, quindi l’offerta di canali satellitari (anche ad alta definizione) è ancora più ampia.

Non serve l’intervento di un antennista? Falso.
Spieghiamoci meglio: in alcuni casi possono essere usate nuove frequenze o il canale essere trasmesso da ripetitori posizionati in luoghi diversi. Tra questi casi, che necessitano dell’intervento di un antennista, rientrano a volte i canali RAI.

Le frequenze su cui viaggia il segnale digitale terrestre non rappresentano un pericolo per la salute? Vero.
Il digitale terrestre trasmette un maggior numero di canali ma – come detto – con una potenza minore rispetto all’analogico. Di conseguenza, diminuiscono i campi elettromagnetici emessi dalle antenne.

Possibilità di usufruire dei contenuti (audio o sottotitoli) in lingue diverse contemporaneamente? Vero.
Sulla carta, però….

Ora che abbiamo sbugiardato (o chiarito, tanto è la stessa cosa…) i 10 punti-cardine dei vantaggi del digitale terrestre, analizziamo altri problemi:

  • I decoder in vendita saranno tanti e di diverse tipologie:
    • Zapper (30-70 €, sono i modelli più semplici, consentono di vedere solo i canali gratuiti del digitale terrestre);
    • MHP (75 – 130 €, interattivi, permettono d’inserire le schede per vedere i canali a pagamento, come spiegato al punto 6 in precedenza);
    • Alta definizione (120 – 170 €, permettono di vedere i programmi HD, ma al momento sono pochi i decoder di questo tipo in commercio);
  • In Italia vi sono zone non coperte dal digitale terrestre e quindi c’è il rischio che in queste zone il passaggio alla nuova tecnologia comporti la scomparsa assoluta del segnale televisivo È stata lanciata la piattaforma satellitare Tivù Sat, impiegata da RAI, Mediaset e Telecom a partire dal 1° agosto 2009. I canali RaiSat non sono più visibili con il decoder Sky e c’è stato l’oscuramento dei canali generalisti (il che rappresenta una palese lesione del contratto di servizio pubblico). Se, come si paventa, la RAI togliesse anche RaiUno, RaiDue e RaiTre dalla piattaforma Sky, a farne le spese sarebbe il consumatore, costretto ad acquistare un ulteriore decoder per poter vedere tutti i canali;
  • Anche il posto assegnato sul telecomando è un problema. Se con il decoder si riescono a sintonizzare i canali, la numerazione è spesso casuale e cambia di continuo. Un caos, insomma, tanto che si è ipotizzato che nella numerazione progressiva si dovrà scegliere tra due criteri, l’audience (prima le emittenti con più ascolti e ultime quelle con meno) e il numero dei dipendenti (prima le emittenti con più dipendenti e ultime quelle con meno).

L’attrice comica Luciana Littizzetto è stata esplicita nel salutare ironicamente l’avvento delle nuova tecnologia:« Il digitale terrestre è quella roba che, pagando, ti consente di vedere male la televisione che prima vedevi bene, gratis ».

>Cosa accadrà alle TV locali?
Ultimo segnale di allarme è che le piccole emittenti, quelle che rappresentano le piccole realtà locali, stanno ora scomparendo, dopo essere state il vessillo delle TV libere.
Parliamo di dati reali e non di aria fritta:
- in Sardegna (prima regione ad avere completamente abbandonato il segnale analogico) i piccoli canali come Cinque stelle, Tcs e Videolina hanno perso rispettivamente il 63%, il 44,8% e il 20% degli ascolti.
- In Piemonte, le emittenti Rete 7, Telecupole, Quarta Rete, hanno perso rispettivamente il 53,1%, il 39,7% e il 35,6% degli ascolti.
- Ah, non abbiamo i dati del Lazio perché il passaggio c’è stato di recente (lunedì 16 novembre), ma appena è stato toccato dal problema della pessima (o nulla) ricezione l’area di Palazzo Chigi, il caso è diventato nazionale, ne ha parlato persino il GR1, suggerendo questo: Può essere necessario cambiare la selezione del Paese scegliendo per esempio Germania invece che Italia. Il motivo? Certi decoder hanno la sintonizzazione automatica, altri, nella fase iniziale, vanno resettati di continuo altrimenti registrano più frequenze di quante possano contenerne, per altri ancora bisogna procedere manualmente. Non tutti gli utenti hanno confidenza con i menu d’installazione.

Ma torniamo alle TV locali.

Attualmente le TV locali sono circa 550: si calcola che ne rimarranno 100 e quindi 450 TV locali spariranno per sempre, con gravi ripercussioni sull’occupazione diretta (tecnici, giornalisti, annunciatrici, presentatori, eccetera) e indiretta (collaboratori vari, pubblicisti, piccoli inserzionisti, eccetera). Se facciamo una ipotesi (ottimista!) di 50 persone occupate (direttamente e indirettamente) in ciascuna piccola emittente, i dati finali sono spaventosi: 450 TV sparite significa 90.000 bocche da sfamare!
I responsabili di questo grosso problema sono coloro che non si sono resi conto che il digitale terrestre non è il sistema più adatto e tecnologicamente più avanzato per un paese dall’orografia complessa come l’Italia. Il digitale terrestre è soltanto il sistema (fumo negli occhi) che consente a RAI e Mediaset (proprietari dei sistemi di distribuzione.. ah, vi dice niente il fatto che Paolo Berlusconi – fratello del Presidente del Consiglio – abbia quote rilevanti nelle aziende che producono i decoder?) di conservare la supremazia nella piattaforma terrestre, nell’attesa di passare progressivamente al satellite.
Se proprio dovevano digitalizzare qualcosa, dovevano portare l’utilissima ADSL in tutti i paesi d’Italia, quello sì.
Ma una voce fuori dal coro (quella che state leggendo) che denuncia questa Delusione Truffaldina sul web è difficile da fermare, mentre sul DT (Digitale Terrestre) manco ci arriva, quindi W il Digitale Terrestre!

2009=2010.

Via Craxi

Inizia il 2010.

Numero tondo. Nuovi propositi, sempre belli sulla carta sempre straccia voltato l’angolo. Di solito era dopo qualche giorno, si attendeva la befana. Quest’anno invece si comincia già dal primo, tutto nel mentre la popolazione si risveglia dai festeggiamenti: “A Graviano viene tolto il 41 Bis.” È bellissimo notare come il corriere lo chiami “isolamento diurno” (ndr). Ma ancor più bellissimo (passatemi il termine) è come esso sia stato concesso in un giorno di festa e dopo, o quasi dopo, aver fatto intendere che Spatuzza è un bugiardo. Illazioni lo ammetto, ma a pensar male…

Il tutto poi prosegue bene in questo inizio 2010. Ormai è sorto il furore Craxi. O meglio, per Craxi.

Una riabilitazione. In Italia funziona così. La gente tira le monetine. Si fa passare un po’ di tempo. Un governo viene eletto perché denuncia questi fatti, dicendo profondamente che la “Prima Repubblica” era finita. E poi, lentamente, si insinua una frase qui e una frase là. Ed ecco il risultato.

“Si potrebbe anche riabilitarlo”.

Questo si pensa e questo si percepisce nel silenzio assordante della popolazione a cui non interessa sinceramente niente.

Di conseguenza poi, per sostenere l’insostenibile escono articoli di giornale sopra articoli di giornali. Chi era Craxi? Cosa fece effettivamente?

8 Gennaio 2010

De Mita: “Giusto riabilitare Craxi. Era parte di un sistema” -il Corriere-

Non importa se parte di un Sistema marcio.

13 Gennaio 2010

Minzolini attacca i magistrati di Mani Pulite e riabilita Craxi: «Uno statista» -il Corriere-

Ennesimo editoriale pro governativo a uso pubblico del direttore. Spieghi dove e come.

15 Gennaio 2010

Spunta il Craxi anti-Pinochet -La Stampa-

Un Craxi Benevolo

18 Gennaio 2010

Il ritratto di un leader -il Corriere-

Non commento proprio.

15 Gennaio 2010

Craxi, primi voli per Hammamet Saranno presenti i ministri Sacconi, Frattini e Brunetta -Il Corriere-

Ministri e politici a commemorare la memoria di un latitante.

18 Gennaio 2010

Napolitano:« Su Craxi è giunta l’ora di un giudizio non acritico ma sereno» -Il Corriere-

Leggendo tra le righe: “Si possiamo riabilitarlo”.

19 Gennaio 2010

Schifani: “Craxi vittima sacrificale” -La Stampa-

Tra Gesù Cristo, Santi e Miracoli e dell’Amore che sconfigge l’odio Isacco è Craxi.

Dopo tutto questo non so davvero cosa dire sul fatto che un anno non è mai diverso dagli altri, è che ultimamente è sempre uguale.

Come le guerre. Con Obama non è cambiato semplicemente niente. E il Nobel a esso ha tanto il sapor di presa per il culo. Anzi, è una presa per il culo.

Possiamo leggere qui dove vediamo che appunto le spese militari non sono scese ma aumentate. Ovvero ancora guerre.

Oppure possiamo leggere da Antonella Beccaria sulle torture. Come l’anno appena passato.

C’è da chiedersi cosa c’è da andare avanti con i numeri degli anni se siamo rimasti ad affrontare le stesse cose.

Io mi immagino un dialogo tra me e il 2010.

-Allora nel 2009 ero a 85°

-Facciamo subito 90°

-Farà male?

-Come l’anno passato, forse più.

Non parlo di Rosarno. Lì l’indecenza è anche troppa.

Scusate l’assenza.

Dell’Odio e della Ragione.

Lo so che non scrivo da molto. Non avevo tempo, e per la maggiore dovevo fare alcune cose più immediate per me. Spero di ritrovarvi tutti. Dal primo all’ultimo.

In questi giorni è successo di tutto. L’ultimo, il più importante almeno, due giorni fa.

Il ferimento del Presidente del Consiglio.

Fermo restando che si ripudia la violenza sempre, anche se provocata, incentivata, ricercata, accarezzata, e fermo restando il semplice fatto che si parla per falsi moralismi o coniugando fatti e posizioni passate e differenti, completamente differenti (i ventati ritorni degli anni di piombo) porto una esaudiente analisi del gesto che sicuramente apprezzerete come me.

A presto, promesso, e buona lettura:

“Il potere politico della videocarne”

Quello che è successo è terribile. Spiego subito perché, oltre al motivo principale della critica della violenza. Berlusconi ha guadagnato consenso. Il primo livello del consenso consiste nella ratificazione materiale delle sue ossessioni, nella realizzazione vittoriosa del suo incubo (e della sua finzione) di essere perseguitato, del suo restituire un’immagine di sé martirizzata, esposta, eroica.

Ma c’è un altro livello oltre a quello che deriva dall’essere assurto finalmente a vittima in carne ed ossa di continui attacchi, ed è una cosa molto più importante del consenso volontario, e cioè l’eliminazione del dissenso.
Chiunque oggi si permetta di dire anche solo una parola in più rispetto all’espressione della solidarietà, entrando nel merito della sua storia, precedente all’attimo dell’aggressione (come Di Pietro e Rosy Bindi), è assimilato, simbolicamente e politicamente, a chi ha compiuto l’aggressione.

Da grande esperto della comunicazione iconografica, B, scioccato, sanguinante, barcollante dal dolore, ha mostrato la sua grande consapevolezza epica: ha avuto la lucidità di rialzarsi e uscire di nuovo tra la folla. Per vedere? No: per farsi vedere. Sapeva che la sua immagine sanguinante sarebbe stata in grado di trasmettere un messaggio mille volte più potente delle parole che aveva urlato poco prima sul palco, conscio che la sua faccia, il suo visus, finalmente vestito del tragico sul cui filo lui ha sempre camminato, apparteneva alla classe delle immagini potenti, quelle in cui il pathos è veicolato dallo spettacolo, al pari delle immagini dell’esplosione delle torri gemelle e di tutte le figure in cui la bellezza tragica esonda dal corpo in rovina e allaga, indirizzandole, le percezioni di chiunque.
Icona Videodromica per eccellenza, il suo viso in serigrafia è già, poche ore dopo, entrato dentro la nostra percezione estetica e politica.

E qui veniamo alla seconda motivazione del terribile: il fatto che l’aggressore fosse uno psicolabile può essere inteso in un doppio, affilatissimo, senso. Si potrebbe dire (è questa la linea seguita da Capezzone e da altri esponenti del Pdl) che poiché quella persona era fragile è stata più sensibile di altre alla campagna d’odio messa in atto contro il premier dalla sinistra, dalla stampa, dai magistrati. Questo vuol dire che l’opposizione politica, il dissenso popolare e la legalità sono strumenti, ormai, eversivi, che agiscono esclusivamente nell’ottica di procurare il massimo danno a B, e non nel rispetto delle regole. E che è solo per l’incrollabile amore che lega le masse alla persona del Premier che episodi del genere non avvengono quotidianamente.

D’altra parte, il fatto che il gesto sia stato compiuto da un “folle”, da un malato, giustifica l’idea secondo la quale l’episodio parla di un caso isolatissimo, patogeno, anomico, di dissenso violento, dal quale ognuno di noi è costretto, dalla propria sensibilità e dal proprio senso etico, a dissociarsi.

Non a caso, B manda a dire dall’ospedale due cose: la prima è “non pensavo ci fosse tanto odio”, come se non ci fosse un dissenso “sano” nel paese contro la sua persona e il suo operato, perché se ci fosse ormai potrebbe manifestarsi solo nelle forme violente dell’aggressione fisica. Questo chiaramente lo rende intoccabile, incriticabile.

L’altra cosa che B manda a dire è: “sono miracolato”. Ecco l’altra violenza, quella linguistica, l’altro livello in cui si esprime il terribile del suo senso della politica: B riguadagna il terreno pericoloso della terminologia sacra, carismatica (l’unto dal Signore), magica, riassumendo in pochi minuti l’abito del martire, di colui che lotta contro tutto e tutti, invincibile, emissario diretto della volontà popolare attraverso la quale si esprime Dio.

La sua immagine potente agisce come una droga: non si può non guardarla e schierarsi. Restare intrappolati al primo livello – e cioè pietà contro sadismo, gruppi di Facebook pro o contro l’aggressore – è l’inganno a cui bisogna sfuggire, perché non permette di vedere la totalità della realtà del rischio politico a cui questo avvenimenti espone il paese.

Per fortuna, l’aggressione non ha leso l’occhio o, peggio, altri organi vitali. Per fortuna per l’ovvio motivo umano, ma anche per il motivo razionale che politicamente sarebbe stata l’apoteosi della videocrazia, il trionfo di un’ideologia mortifera della rappresentanza popolare: rabbrividisco pensando al grottesco di un premier con la benda nera, in piedi alla presidenza di un Consiglio ormai ridotto a puro organo di ratificazione della sua volontà, con l’opposizione azzerata, come si vuole fare in Iran, ma in più forte del potere del suo corpo invincibile, sempre più violento, incattivito, un Dottor Stranamore tragicomico che guida le sorti di un Paese spingendo un bottone con la mano guantata, un O’Blivion totale.

Di Daniela Ranieri

Immaginario.

L’immagine è molte cose nella vita. Non è un inizio saccente è sola una constatazione. Viviamo in cerca delle immagini. Da piccoli la curiosità era investita dal primo acchito con le immagini. Ci piaceva? Era nostro.

Crescendo le immagini prendono connotati più ampi. La propria immagine è l’essenza di quello che noi vogliamo mostrare o almeno come ci piacerebbe essere percepiti. Ecco. Percepire.

L’immagine è percezione.

Come toccare con il tatto, sentirne la sensazione, conoscerla e sfiorarla. L’immagine è accarezzata dagli occhi e percepita secondo nostra mentalità.

La società di oggi è immagine, con l’aggiunta di parole, opinioni e musica.

Un’immagine singola e al singolo dice solo quello che fa provare, quindi è dono soggettivo. Se però la stessa immagine viene contornata da parole, opinioni, tesi e quanto altro allora lentamente e senza rispetto per nessuno, il fatto non è più soggettivo, o meglio può esserlo ma tende a essere veicolato verso altro.

Mi son sempre chiesto quel è l’immagine o video che ci possa rappresentare i questo periodo e sinceramente non ho saputo trovare niente di bello e capace di rappresentare tutto l’insieme di cose che mi porto dietro. Niente.

Però, sempre nelle immagini ho trovato lo specchio di quello che preferirei non vedere.

Vi ricordate il video di Napoli:

Ora ve lo ricordate.

Non voglio parlare della noncuranza di chi ha assistito, prima, durante e dopo, all’omicidio (che fa male e mi fa schifo al contempo) ma per quanto si è stati capaci nel dopo di dire. Ovvero:

“Era necessario mostrare un video così forte?”

Rileggete la domanda. Magari riguardate anche il video.

Questa domanda è quanto di più inetto che si poteva fare. Qualcuno scrisse, non ricordo dove, forse Spinoza:

“Freddato dalla camorra in pieno giorno tra l’indifferenza dei passanti. Scandalizzati poi dal video”

Niente di più vero. Siamo ridotti a questo. Pur di allontanare il problema si cerca di sostituire il problema con un’immagine diversa. Il sole anziché la pioggia. Il verde al marrone. E via similmente. Molto simile alla legge contro la prostituzione della Carfagna in cui alla fine del ragionamento perpetuo della stessa e della stessa legge si capiva che il reato non era chi andava a puttane, il reato non era chi costringeva le donne a prostituirsi. Il reato è la visibilità delle stesse sulle strade. Indi che fare?

Via le donne dalla strada, spostandole nelle case. Lontano dagli occhi e lontani dal cuore. Il reato della visibilità eccessiva.

L’ultima immagine del giorno dopo che voglio mostrarvi non senza difficoltà, è il volto di Stefano Cucchi (cliccate per vederlo). Dice molte cose. Io posso solo dire che ogni volta che c’è qualcosa che non quadra ci sono sempre mille problemi a trovare una soluzione. Mille ma se, mille ma perché. E questo anche un bambino lo potrebbe capire.

Anche un bambino.

Giovanardi invece ha un pensiero tutto suo, più complicato e più sofisticato:

“La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente… E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato… Certo, bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così”

Dimissioni Subito. (Wikipedia riporta già la perla del Senatore).

Quale immagine vi fa venire in mente tutto questo?

Se son croci, fioriranno.

In hoc signo vinces: «con questo segno vincerai»

L’episodio è raccontato soltanto dalla Vita di Costantino, un’opera del vescovo Eusebio di Cesarea, stretto collaboratore di Costantino dal 325. Egli stesso mostra un certo scetticismo, dichiarando di credervi solo perché l’imperatore stesso glielo aveva riferito sotto giuramento.

Secondo il racconto di Eusebio, scritto subito dopo la morte dell’imperatore, Costantino I si orientò verso il monoteismo quando ancora si accingeva a venire a Roma per combattere contro Massenzio. Rivoltosi in preghiera alla divinità, poco dopo mezzogiorno fu testimone, lui e il suo esercito, di un evento celeste prodigioso, l’apparizione appunto di un incrocio di luci sopra il sole e della scritta “τούτῳ νὶκα “.

Nella notte successiva gli sarebbe apparso Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino avrebbe chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito su una religione, il cui contenuto gli era ancora sconosciuto.

Costantino inoltre avrebbe fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del Chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè “Christos”) sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero l’avversario. (Wikipedia)

Questo è l’inizio del perchè il crocifisso è così importante nella cultura cristiana e cattolica nel suo insieme. Certamente un segno forte, ma a essere obbiettivi è un simbolo usato in primis in una guerra. (Poca pace, molto sangue?)

Ogni tempo ha gli eroi che devono avere, e ha i propri simboli. Giusto?

Così proprio non vuole essere per l’Italia. L’Italia, amante del cattolicesimo e sempre ligio a rispettarlo in ogni sua forma cominciando proprio dai politici a questa sentenza, di giudici portati a non “capire” come hanno subito risposto alcuni prelati e alcuni vescovi; non può e non deve subire questa angheria. I politici poi. Chi sposato e divorziato. Chi tradisce la moglie. Chi ammette che 23 mila euro al mese non bastano (donate ai poveri, lo si scorda sempre), chi odia il prossimo perchè scuro, chi è nostalgico, chi disprezza per altra religione, ci vengono a dire che questa è offessa alle radici cattoliche dell’Europa e dell’Italia soprattutto. (eh, se sfogliassero la storia capirebbero che effettivamente la chiesa non era quella di oggi. Ordinò e fece massacri. Se radici sono, radici rosse di sangue sono).

Comunque all’inizio anche a me la sentenza sembrava abbastanza pretestuosa, insomma il crocifisso volenti o nolenti non ha mai fatto male a nessuno. Se penso a me stesso io pur sono stato cresciuto con un’idea e poi comunque questa ha alsciato spazio all’idea mia attuale. Quindi per me è indifferente. Sia come sia, nel suo passato la chiesa nelle scuole aiutava l’insegnamento. Don Milani è l’inizio di una scuola che ci è stata invidiata in tutto il mondo prima che i governanti ultimi cominciassero distruggere questo fiore all’occhiello. La chiesa aiutò alla costruzione delle prime scuole (certo, in via parziale grazie a noi che la pagavamo attaverso donazioni, attraverso otto per mille, attraverso altrei modi). Non dobbiamo scordarlo, nemmeno se la chiesa o chi per essa ci urta. Il passato, a mio avviso va ricordato nel bene e nel male che sia.

Eppure, come ho detto, i simboli di questo tempo potrebbero anche cambiare. Lentamente e senza perdere niente d’importante. Non è un simbolo di certo ad avvicinarmi alla spiritualità. Già nei sacri testi cristiani si menziona al fatto che il contatto con Dio avviene anche nell’intimo, anche senza nulla. Gesù nel deserto è anche questo per esempio. Non aveva templi, non aveva libri, non aveva altari. Lui, il tormento, la sabbia. Non serve un simbolo.

Per me il crocifisso può rimanere. Quello che vorrei è che una religione non venga imposta dalla nascita. Che una religione, visto che c’è ed esiste una libertà di culto e di professione, non sia superiore “politicamente” ed “economicamente” ad altre. Cosa che in questo paese non c’è. La chiesa riceve benefici, sconti, agevolamenti. Mette becco e salsa in ogni dove. In ogni decisione. Mette il becco e poi dice “libera chiesa in libero stato”. Prendendonci anche per i fondelli se devo dire. Questa non è libertà di religione. È conservazione del dominio acquisito e donato.

È una sentenza che trova il tempo che trova, non riesco a capire se sia un bene o un male. Magari perchè sono abituato al simbolo, lo conosco. Ho letto molto sopra, su di esso e sulla religione cristiana. Magari capisco anche che effettivamente un crocifisso fa parte di una cultura intrinseca del popolo Italiano (cultura non significa reale fede). È come un segno d’istintivo. Scuola, aula, foto presidente repubblica, crocifisso. Boh. Non mi dice nulla. Non mi dà fastidio. È lì.

Voi che ne pensate?

PS: chi mi conosce sa bene che non sono dolce con la chiesa. Basta guardare in giro per il blog. Quindi non pensiate che sia filovaticano. Anzi la trovo falsa, detta senza peli sulla lingua.

Bontà e Ragione.

«Bontà e ragione non sono nella natura, ma esistono in noi, in noi esseri umani con i quali il caso si diverte; ma possiamo essere più forti del caso e della natura, anche se solo per pochi istanti. Possiamo anche essere vicini l’uno all’altro, quando ce n’è bisogno, e guardarci negli occhi con comprensione; possiamo amarci e vivere confortandoci a vicenda.» Hermann Hesse

Noi, come popolo e come nazione, nella storia (dalla più recente alla più lontana cronologicamente) abbiamo visto le cose più disparate. Invasioni, guerre, suddivisione della panisola, saccheggio, depredazioni. Anche cose positive (almeno sulla carta) come l’unificazione della penisola, la giovine Italia, la giovine Europa, l’Europa, il miracolo economico italiano. Insomma, non ci siamo fatti cambiare il bel tempo ma nemmeno quello brutto. Poliedrici.

Spesso si sente dire che gli Italiani all’estero sono tanti ed hanno subito le peggiori angherie. In Belgio. Negli Stati Uniti. In Australia. E via, in altri paesi chi con maggior risalto chi con minor. Reietti in un paese ospitante.

Questo fatto spesso e mai malvolentieri viene usato per giustificare taluni fatti di xenofobia e razzismo. Se non razzismo, di certo il termine xenofobia non può essere scartato. Si ha paura del diverso.

Chi non la pensa come me, troverà certi argomenti del tutto scontati. Possono anche dibatterli evitando però di usare termini quali:  “È/Sei  un comunista”, “È/Sei uno di loro.”, “Se capitasse a te.”. Non mi dilungo troppo, l’essere ottusi non fa per me e l’abusare di questi discorsi mi rende inquieto.

Quel che dico avviene perchè il 26 ottobre in Italia approda una nave piena d’immigrati. 300 dovrebbero essere. Un barcone lungo, secondo le stime 17 metri, che per tre giorni (dal 23 al 26 ottobre) ha navigato in un mare in tempesta. Tre giorni perchè la nave venisse messa in salvo.

Troppo? Troppo.

Il ritardo è avvenuto grazie alla nuova politica dei respingimenti addottata dall’attuale Governo (che ocme ben sappiamo i clandestini/immigrati via mare sono solo la più piccola parte). All’arrivo del barcone sono stat trovare 49 donne, di cui quattro incinta e 29 bambini. Il resto uomini. La vita di un uomo Eritreo o Somalo, è andata persa per il semplice fatto che la nuova linea del governo e quello del governo maltese è un scrollarsi di dosso la situazione. Sempre.

A onor del vero, se in regolamenti dobbiamo parlare, il governo Maltese evita in qualunque modo di prestar soccorso, affidandosi al passato del governo Italiano che provvedeva al recupero dell navi e alla loro messa in salvo. (che come ho detto ora è cambiato).

Il 23 ottobre il governo Italiano ha solo girato la comunicazione alla Libia e a Malta, senza prestare soccorso. Le acque erano di competenza maltese.

Così si è finito per decidere che i respingimenti se non tornano a Valletta (Malta) ritornano a Tripoli (Libia).

La nave che il 26 Ottobre è rimasta in Italia e non verrà respinta, deve la sua sfortuna e fortuna, al fatto che quel giorno, quei giorni, il mare era troppo brutto da affrontare per il respingimento. Arrivando al paradosso che per avere aiuto bisogna aver sfortuna. Sempre. (per cronaca è anche vero che essendo i naufraghi Eritrei e Somali godono di accoglienza umanitaria. Cosa che comunque non è estesa a tutti i paesi africani).

Tutto questo per proseguire con quello che volevo dire. I respingimenti.

Visitare certi siti come questo di Fortress Europe e leggere via via i vari racconti, gli scritti e quel che succede in Italia e in Europa nel suo complesso fa capire come un paese come il nostro, il mio paese, che si professa splendidamente cattolico e amorevole e che fa della fede e della vita virtù da proteggere con i denti anche contro il volere delle persone stesse (vedi il caso Englaro, vedi il caso del Testamento Biologico), sia così cieco e bieco e supponente e ipocrita da non vedere come questo “respingere” per rimandare in Libia sia una lesione di tutto quello che il vangelo scrive. Non viene da me, sono i politici e la maggioranza degli Italiani che si professa credente. Fortemente a volte.

Eppure però il governo, e gli italiani se volessero saprebbero e sanno, che succede questo:

Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per due mesi alla prigione di Djuazat, un mese a Misratah e otto mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per un mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano.”

Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata tre volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinta. Una volta che escono di prigione non resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli aborti.”

Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli.”

Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto cinque volte: una volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. A ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia.”

Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”

(Via: qui e qui)

E io mi vergogno. Mi vergogno. E il solo non aver votato questo governo, non mi basta più per togliermi via questo senso di schifo che mi pervade.

Quando l’ipocrisia è così palese tutto il resto mi sembra vago.

Quando sento poi che un Premier, urla e salta e inveisce con “Io non mi dimetto nemmeno se mi condannano” allora non c’è senso che questa ipocrisia se ne vada.

È un paese malato. E questa malattia ce la siamo presa noi. Noi mafiosi, noi malavitosi, noi evasori, noi precari, noi sorridenti, noi città d’arte, noi solari, noi poveri, noi ricchi, noi studiati, noi politici a cui non bastano 23 mila euro al mese, noi studenti, noi ricercatori non pagati, noi utenti, noi elettori.

Perchè abbiamo deciso da tempo ormai, che il controllo del nostro paese lo devono fare persone che da 20 o più anni, stanno facendo le solite. Non cambiando di una virgola. In meglio proprio no. In peggio. Ecco questo sì.

Spensieri.

Ovvero pensieri scollegati tra loro.

L’altra sera guardavo Ballarò e lo ammetto è raro che mi metta a guardalo. Non perchè lo trovi fazioso. Non perchè lo trovi obsoleto. Ma perchè da studio quale è, questo diventa uno stadio. Si inizia con l’educazione. Parla uno, gli altri ascoltano. Via via però si subrenta in vizio iniziale di parlare sopra, interrompere, parlare con altri ma parlare a voce sostenuta. Dopo circa un’ora di programma l’educazione lascia lo spazio che trova solo grazie alla pubblicità. Il che è tutto dire. In programmi così anche la pubblicità più assurda trova appiglio nelle menti frastornate di chi cercava di capire qualcosa nel dibattito.

Ma faccio un passo indietro. Prima di Ballarò, c’era la fascia dei telegiornali di maggior ascolto. La fascia 20 e 20.30. Qui ci sono almeno tre telegiornali che si sovrappongono. Il Minzoliniano Tg1, il Mimuniano Tg5 e il TgLa7. Ho cercato di seguire i titoli di tutti questi.

Il Tg1 apriva con il fatto Marazzo che ho già commentato l’altra volta, per poi proseguire su diverse argomenti aventi come fulcro ciò che succede nel PD (Rutelli e affini) e a Firenze con un filone investigativo su presunti appalti strani. (Giusto che si sappia). Però niente, nessuna anticipazione nei titoli riguardo la conferma in appello sul caso Mills. Ovvero che è stato corrotto dal Presidente del Consiglio e condannato a quattro anni e tot mesi.

Mi sta bene Marazzo. Mi sta bene Firenze. Ma santo cielo, si parla di un processo che ha in mezzo il Presidente del Consiglio. E non dico altro.

Il Tg5 apriva con le stesse, quasi identiche, notizie del Tg1. Nei titoli, anche qui, non c’era nessuna traccia del caso Mills. Evidentemente Marazzo era più importante. Il capo del governo, invece in questo caso era secondario. Capita. Saranno motivi giornalistici.

Il TgLa7 parla di Mills alla prima notizia. Parlando poi del resto, senza troppi problemi.

Questo per dire che non è proprio il caso cassare chi proferisce dell’esistenza di una castrazione nella libertà di stampa in Italia non c’è. Come scrissi qui, non si parla di libertà in senso stretto, ma di “serenità di stampa” e un giusto metro nel dare peso alle notizie. Il telegiornale è come un giornale. Sul fondo le notizie meno importati, nelle prime pagine le notizie più importanti.

Fine della digressione.

Torniamo a Ballarò. Il programma si svolge con alti e bassi. Fracciatine infantili da ambo le parti, offese velate da una parte solamente. (qui potete trovare ampi stralci, grazie Gisa).Poi, come mi è fatto stato notare qui da il Russo, c’è un discorso della Concita de Gregorio (Direttrice l’Unità) su quanto riguarda la telefonata del Presidente del Consiglio a Marazzo. Ovvero:

-Sul caso Boffo, lei disse che non poteva farci nulla perchè i suoi giornalisti erano indipendenti. Come mai in questo caso ha preso in mano la cornetta per avvertirlo?

La risposta arriverà dalla ormai consueta abitudine di chiamare in studio del Presidente del Consiglio, cosa che può fare senza problemi e giustamente mi affretto a dire. Si prende il tempo che vuole, giustamente anche qui per esplicare il proprio pensiero, producendo alcune frasi ormai targate con un marchio di riconoscimento:

-Programmi senza contradditorio™

-Giudici comunisti™

-Programmi pagati con i soldi dei contribuenti™

Sinceramente, le solite cose che ormai ci vengono propinate da tempo immemore.

Insomma cosa voglio dire con tutto questo?

Quello che dicevo appunto l’altra volta. Stiamo andando avanti con le solite cose. Ogni settimana è una fotocopia dell’altra. Cambia il problema di fondo, il tipo di discussione, il motivo di discussione seppure siano sempre quelli ormai. Non si va avanti, non c’è armonizzazione nel parlare e non c’è normalizzazione nel pensare.

Un pensiero diverso non trova dall’altra parte intenzione di capirlo ma solo una barriera e una mazza per rispedirlo indietro magari con parole offensive di contorno o peggio ancora di supponenza.

Insomma, se palesemente si vede che qualcuno mente, che qualcuno si para dietro ad archetipi ignobili, perchè si continua a dargli una forma superiore quale non è?

E perchè si sceglie sempre il simile?

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