
Ultimamente me ne accorgo. Mi guardo dall’esterno. E so, che leggermente e a volte totalmente non mi piace ciò che vedo in me. Non mi piacciono certi miei atteggiamenti con le altre persone, e quel fare fastidiosamente remissivo che ho. Dovrei, in un certo qual modo, fortificarmi invece di lasciarmi invadere da sensi incompleti di colpa, e cercare forse di evitare quel rimettersi sempre nella persona con cui sto parlando.
Mi spiego.
Capita a volta che si parli con una persona, che a noi ci urta, ci da fastidio, non perché la stessa sia cattiva oppure dispiacevole in tutti i campi, ma perché certi atteggiamenti sono “insipidi” per noi. In questo caso me. E ci viene quella voglia di dirglielo, di farglielo capire. Di prendere da parte la suddetta persona e dirgli : “ Mi dai fastidio…” magari anche usando parole più carine, ma che fanno però comprendere il fatto che questa persona non ti piace. Ti annoia, ti rende nervoso, scontroso ecc. Ma ti fermi, “subisci” piuttosto, pazienti. Perché ti metti a pensare, e a dire come ti sentiresti tu nel sentirti dire quelle cose. E ci stai male, per nulla, e ci stai male doppio poi, perché “subisci” e ti colpevolizzi al contempo. Insomma è deleterio per me, e forse anche “autolesionista”.
Ecco quindi, che mi sono avvicinato a un libro ormai datato, correvano gli anni sessanta e settanta. E’ un libro che s’ intitola “ Il bambino che sei stato” (Un metodo per la conoscenza di sé.)
Sono alle prime pagine, ma l’autore ha ben specificato lo scopo del libro. E’ una sorta di vademecum, o per meglio dire, spiega come mai da “adulti” certe nostri comportamenti, stanchezze, depressioni derivino da quel “Bambino del passato” che eravamo e che ci portiamo avanti fino alla morte. E’ una spiegazione di come eventi, modi di crescere, paure ansie collezionate nella nostra infanzia si ripercuotono in noi, magari evitandoci di relazionarci troppo, come il desiderio di Sposarsi, ma che quando siamo lì a un passo per paura, ci ritiriamo. Insomma, piccole cose che comunque per un adulto, portano problemi di relazionamento con il prossimo. Il tutto derivante anche per questo. Magari qui troverò una risposta. Perché questo mio lato non mi piace.
Prendo d’esempio il fatto che mi infastidisce rispondere alle domande dei miei genitori, su qualunque argomento. Mi irrita, e ciò non ha senso. E ci ripensi poi. -Perché l’ho fatto? Diamine è mia madre-. Questo sta ad indicare che appunto rispondo male, in malo modo a quelle due persone che mi hanno dato nella loro pochezza (nel senso, mi hanno dato ciò che potevano, ovvero poco, ma me l’hanno dato tutto) il mondo in mano, lasciando dietro di me valori che sono esuli da altri, che mi legheranno sempre a un viver giustamente. Li ringrazio nei miei pensieri, eppure, a volte li tratto così male (e me ne scuso anche con loro, ma questo dopo, mai prima.) che non sembro io.
Magari sono insofferente. Magari sbaglio. Magari è un momento così. Speriamo passi, perché questo momento dura da un bel po’. Finirò il libro, magari m’aiuta a capire cosa mi renda così.
Magari a pensare in tal senso, capirò il motivo di tale mia insofferenza.
Per chi volesse conoscere meglio il libro:
Il Bambino che sei stato -Un metodo per la conoscenza di sé-
Edito da Erickson.
L’autore è W. Hugh Missildine.
Ciao.

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Mi sento abbastanza presuntuosa per poter rispondere al tuo post, ma prometto che farò del mio meglio.
Caro Paolo, io non mi piaccio in toto, e (ci scommetto) il resto del mondo dietro di me.
Credo che questo sia normale; è impossibile che una persona apprezzi davvero tutto di sé, è inevitabile che esistano aspetti del proprio essere che non si amano, che si desiderano correggere, che ci infastidiscono ed è un bene, perché questo ci porta a diventare migliori (nel senso di più simili a ciò che vorremmo essere).
Io non sto a valutare se tacere di fronte a qualcuno che infastidisce sia un gesto di poca forza o di educazione, io per conto mio sono molto limpida da questo punto di vista, la mia migliore amica invece è molto “giapponese” (sorride ed è gentilissima anche con l’essere più sgradevole della terra pur di non apparire maleducata), sinceramente non so chi di noi due sia meglio e chi peggio, ritengo che siamo semplicemente diverse.
Tuttavia, se a te fa soffrire interiormente il tuo non riuscire ad essere educato sono certa che partire da un libro che ti induce a riflettere sui tuoi aspetti “fastidiosi” a partire da un analisi dell’infanzia sia un buon inizio. Comprendere il perché di un nostro gesto è uno splendido primo passo per modificarlo, sempre che (una volta individuata la causa del nostro agire) saremo ancora intenzionati a farlo.
Ti abbraccio e mi scuso se la mia -prolissia- risposta ti ha rubato troppo tempo.
Buonanotte
Non è mai perso il tempo quando si parla. Altrimenti a questo tempo, non saremo come siamo ora. E comunque grazie per la visita.
Non so cosa dire. Il problema mio è quello si di essere anche troppo buono con il prossimo, alla fine di figurare come un “pirla”, ma ciò che mi tange effettivamente è la mia insofferenza verso i miei genitori. Io so che li adoro, farei tutto per loro, ma non riesco a non sentirmi nervoso sulle domande, anche banali ( come è andata?ndr). E’ questo che non apprezzo. E’ questo che mi urta ora.
E proprio come dici tu, il libro è forse un modo per farmi domande, che da solo, senza un aiuto esterno, non farei mai.
Vedremo.
Prendo l’abbraccio, e te ne riconsegno un altro.
Ciao.
sai anch’io amo i miei genitori, soprattutto mia mamma, eppure mi irrita terribilmente, credo che sia la natura, il normale desiderio di lasciare il nido che se non viene soddisfatto al più presto (e in questa società è impossibile) ci porta ad essere intolleranti.
E’ ciò che alla fine avviene in ogni ambiente che imponga un contatto forzato e prolungato
I came, I read this article, I coenquerd.
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