Laico, Cattolico, Scuola Privata e Pubblica.

Riporto, e spolvero, un articolo comparso sul Corriere della Sera 10 anni fa. Attuale e giusto, distaccato e con senso. Un immersione tra Fede, Religione, Scuola e Laicismo.

Di Claudio Magris
Fra i numerosi equivoci che inquinano la discussione sulla scuola pubblica e privata c’è anche il frequente uso improprio del termine «laico», parola così ricca di significato e valore. Laico non significa affatto, come spesso con ignoranza si presuppone, l’opposto di «cattolico» e non indica, di per sé, né un credente né un agnostico o un ateo. Laicità non è un contenuto filosofico, bensì un abito mentale, la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che invece è oggetto di fede – a prescindere dall’adesione o meno a tale fede – e di distinguere le sfere di ambiti delle diverse competenze, ad esempio quelle della Chiesa e quelle dello Stato, ciò che – secondo il detto evangelico – bisogna dare a Dio e ciò che bisogna dare a Cesare.

La laicità non si identifica a priori con alcun credo preciso, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l’attitudine critica ad articolare il proprio credo filosofico o religioso secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da nessuna fede, perché in tal caso si cadrebbe in un torbido pasticcio, sempre oscurantista. In tal senso la cultura – anche una cultura cattolica – se è tale è sempre laica, così come la logica – quella di San Tommaso d’Aquino o di un pensatore ateo – non può non affidarsi a criteri di razionalità e così come la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, non può non obbedire alle leggi della matematica.

I grandi pensatori religiosi hanno spesso dato esempi altissimi di questa chiarezza, di questa esigenza di rispettare la ragione e le sue frontiere. Uno dei più grandi laici che ho conosciuto è stato Arturo Carlo Jemolo, maestro di diritto e di libertà, cattolico fervente, il quale sapeva che il Vangelo può ispirare una visione del mondo e dunque muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può tradursi direttamente in articoli di legge, come pretendono gli aberranti fondamentalisti di ogni specie. Religiosissimo e radicalmente laico, Jemolo aveva un senso profondo e intransigente della distinzione tra Stato e Chiesa, tra ciò che spetta all’uno e ciò che spetta all’altra. Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri; capacità di credere fortemente in alcuni valori, sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili. Laicità significa fare i conti con le scelte e con le rinunce implicite in ogni scelta, non confondere il pensiero e l’autentico sentimento – che è sempre rigoroso – con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive. Essa costituisce una profonda moralità e si oppone sia al moralismo inacidito, sempre fazioso, sia alla disinvoltura etica. Laico è chi sa aderire ad un’idea senza restarne succube, impegnarsi politicamente conservando l’indipendenza critica, ridere e sorridere di ciò che ama continuando ad amarlo; chi è libero dal bisogno di idolatrare e di dissacrare, chi non la dà a bere a se stesso trovando mille giustificazioni ideologiche per le proprie mancanze, chi è libero dal culto di sé. Una volta mio figlio, vedendomi troppo coinvolto da un astioso attacco personale, mi rimproverò dicendomi: «Sii più laico!».

Non solo il clericalismo invadente e intollerante, ma anche la dominante cultura o pseudocultura radicaloide e secolarizzata è l’opposto di questa laicità, in quanto è caratterizzata da un narcisismo petulante, smanioso di rivestirsi di una nobile aureola ideologica e di declamare nobili battaglie. Non c’è dozzinale avanspettacolo che non si prenda sul serio e non sia persuaso di svolgere una missione libertaria; tutti si sentono Galileo dinnanzi all’Inquisizione anche quando si limitano a innocue spiritosaggini. Questa pomposità è assai poco laica, al pari della bigotteria.

I bacchettoni che si scandalizzano dei nudisti sono altrettanto poco laici di quei nudisti che, anziché spogliarsi legittimamente per il piacere di prendere il sole, lo fanno con l’enfatica presunzione di battersi contro la repressione.

Il rispetto laico della ragione non è garantito a priori né dalla fede né dal suo rifiuto; molti di coloro che ridono della religione credono pacchianamente alle superstizioni più irragionevoli.

E’ dunque già un progresso che gli oppositori del finanziamento delle scuole private siano stati accusati – anche se a torto – di essere dei «laicisti», ossia è un bene che si cominci a distinguere fra «laico» e «laicista», termine usato per designare un’arroganza aggressiva e intollerante, opposta e speculare a quella del clericalismo.

Esiste certo una spocchia di chi si crede più avanzato degli altri solo perché non professa alcuna fede – come se ciò bastasse a conferire apertura e libertà di pensiero – e guarda con sufficienza i credenti e i praticanti. Questa stolida sicumera benpensante, incapace di mettersi in dubbio e di confrontarsi con le lacerazioni dell’esistenza, è stata messa alla berlina una volta per tutte da Flaubert – che non era un credente – nell’immortale e imbecille figura di Homais, il farmacista ateo di Madame Bovary.

Ma questo laicismo deteriore non si combatte, come si illudono – e talora burbanzosamente pretendono – taluni esponenti della gerarchia ecclesiastica, con la scuola privata. La preoccupazione della Chiesa di vedere misconosciuti o deformati i valori del cattolicesimo è giustificata, perché è sempre più diffusa una visione distorta e falsa di esso – per faziosità, per ignoranza da parte dei più e spesso per l’incapacità della stessa Chiesa di presentare il proprio messaggio in tutto il suo spessore, in tutta la sua forza e freschezza. I catechisti d’ogni ordine e grado dovrebbero imparare da scrittori cattolici come Bernanos e non cattolici come Joseph Roth che la fede non è un pudibondo abbassare gli occhi, ma un levarli diritti in alto, a guardare in faccia Dio, la vita, la carne fragile ma incantevole e gloriosa, l’Eros, la materia di cui si è fatti, la Medusa del male e della morte, l’ironia del destino, con fraterna fedeltà a ciò che si ama e picaresca sfida a ciò che incute paura, perché – scrive uno scrittore cattolico come Chesterton – se c’è qualcosa nell’universo che ci fa paura il nostro dovere è andare a stanarla e colpirla sulla bocca.

In una pagina de I padri delle colline di Lorenzo Mondo, una ragazza tuffa la mano in una fonte d’acqua e ne getta, con tenero scherzo, uno spruzzo sul viso di un uomo che è innamorato di lei e che riceve quel gesto come un sacramento. Chi, anche non osservante o non credente, ha avuto una esperienza reale del cattolicesimo e di tanti suoi pastori di straordinarie qualità umane e intellettuali, sa quanto esso sia più ricco dell’immagine stereotipa, caricaturale o edificante, così spesso divulgata da molti suoi ignoranti avversari e da molti suoi inadeguati – in certi casi indecorosi – rappresentanti.

Ma è possibile ritenere veramente che quel senso così forte della vita, di cui è pervasa la religione, possa essere appreso o difeso nel timoroso auto isolamento di una scuola confessionale? + ingiusto accusare di deteriore laicismo chi si oppone al finanziamento della scuola privata – è ingiusto per molte ragioni, ma anche perché essa non giova affatto a una formazione religiosa. Anzitutto – cosa ovvia, ma sempre più taciuta – non esistono solo scuole cattoliche e tutte le scuole private devono godere di eguali diritti, secondo la Costituzione, e dovrebbero godere di eguale sostegno, in proporzione ai loro iscritti. Fra le scuole religiose non ci sono soltanto quelle di altre grandi Chiese e fedi che – piaccia o non piaccia a qualche arrogante prelato -, nonostante il numero minore di fedeli, non hanno minore dignità della Chiesa cattolica nell’annuncio e nel messaggio della salvezza.

In nome del desiderio dei genitori di far studiare i loro figli in scuole che si richiamano ai loro principi (religiosi, politici e morali), sorgerebbero scuole ispirate ai vari ciarpami occultistici che vanno diffondendosi sempre più, a conventicole bislacche e a ideologie di ogni genere. Ci sono certo genitori razzisti, nazisti, stalinisti vogliosi di educare i loro figli (a nostre spese) nel culto del loro Moloch; genitori che chiederebbero scuole in cui i loro rampolli non siedano accanto a condiscepoli meridionali. Nascerebbero probabilmente scuole sataniste, altre pronte a chiamare quali «esperti» cartomanti e maghi e così via. Sarebbe difficile fare distinzioni fra l’una e l’altra in termini di legge, anche quando la differenza apparisse evidente al senso comune, perché in democrazia, si sa, le teste si contano, anche quelle vuote e quelle disoneste, e d’altronde questo sistema rimane il migliore, visto che, come diceva Einaudi, l’unica alternativa a contare le teste è quella di romperle.

Una società sempre più eterogenea vedrebbe un pullulare di scuole imprevedibili. Una scuola, è ovvio, deve essere efficiente e ci sono esempi di disastrosa inefficienza dell’insegnamento sia pubblico sia privato. A scuola in primo luogo si deve studiare e imparare, mentre negli ultimi anni o decenni si è purtroppo soprattutto blaterato in assemblee e organi collegiali, a spese della preparazione di docenti e studenti. Ciò premesso, mai come in questo momento è necessaria una scuola pubblica, ovviamente seria, laica e non laicista, che non forma – come è stato detto infelicemente dall’Osservatore romano – figli dello Stato e della Lupa, perché non inculca fedi o ideologie, bensì insegna nozioni e discipline, sul fondamento di quei valori comuni che sono la base e la premessa della vita democratica e ai quali si richiamano, in democrazia, tutti i cittadini, credenti e non credenti.

Inoltre solo la scuola pubblica permette il pluralismo, che non consiste in un coacervo di ghetti reciprocamente isolati – in cui si ascolta una sola campana – bensì nel dialogo e nel confronto di opinioni, fedi e valori diversi. Ho avuto la fortuna di frequentare una scuola pubblica pluralistica e non faziosa, né anticlericale né clericale, in cui insegnanti e compagni professavano ed esprimevano idee diverse, senza che ciò diventasse l’alibi per trascurare il latino o la geografia; l’esperienza di quel confronto è stata essenziale per la mia maturazione e mi ha insegnato pure a rispettare la fermezza di chi testimonia la sua fede senza «rispetti umani», come dice la Chiesa, senza quei pusillanimi riguardi sociali che spesso ci rendono titubanti, quando siamo nella buona società, a dichiarare liberamente i nostri dèi. La vera fede non si rintana in una serra protetta, ma scende nelle strade, come Cristo e gli apostoli, e questo lo si deve imparare da ragazzi, perché altrimenti non lo si impara mai più. Quei laici – fra i quali ci sono molti cattolici – che difendono la scuola pubblica difendono forse la religione meglio dei suoi zelanti avvocati.

Tra il faceto e il semifaceto.

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Scrivo per diletto e per mettere nero su pixel i miei pensieri. Egoista e altruista. Amo dormire, mangiare e perché no fare sesso. Credo fermamente che l'uomo deve essere capace di guidare un trattore e deve avere un'ottimo rapporto con il bagno.
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