
Di certo sappiamo tutti cosa significhi avere un lavoro, non parlo in un periodo di crisi, ma anche in un momento di “grazia” per l’economia e per ragioni socio-economiche. Il lavoro è il fulcro di mille cose. Soldi, una famiglia, una casa, una stabilità, dignità sociale, divertimento e speranze future. Eppure sembra che in questo paese, e parlo dell’Italia nel suo generale, la sicurezza o una morte in un lavoro non sia che una mera cronaca nera, capace di essere soppiantata da servizi televisivi sui Vip più disparati o sulla nullità fatta speranza oppure su alcune questioni che possono essere ampiamente lasciate a momenti migliori o in altri spazi più propensi al gossip in se.
Cosa fa quindi lo Stato contro le cosiddette morti bianche?
Poco meno di tre anni fa, Napolitano disse nel suo messaggio di fine anno più o meno queste parole:
“Non si può tollerare la minaccia e la frequenza degli infortuni cui è esposta la sicurezza, e addirittura la vita, di troppi occupati, specie di chi, italiano o immigrato, lavora in nero”.
Belle parole, non le nego. Anzi, è su principi e su rivendicazioni come queste che si dovrebbe affrontare un problema che assume sempre più contorni strani e risposte vaghe. Per inciso, non voglio davvero addossare la colpa ai datori di lavoro, ci sono fattori e quanto altro. Per esperienza conosco molto bene le abitudini delle mie zone. La pausa pranzo è un buon motivo anche per mandare giù qualche bel bicchiere di vino o birra. E se tanto mi da tanto, allora la colpa non può essere a prescindere del datore. Che comunque dovrebbe meglio regolamentare tali fatti o fare controlli. E comunque in alcune situazioni la sicurezza o le norme basilari di sicurezza non vengono usate. E’ un problema generale. Voglio propriamente parlare di cosa fa lo Stato per questi omicidi, suicidi o come si dice, morti bianche. Che infine bianche poi non sono.
Se dobbiamo parlare di come i mezzi di comunicazione trattano questi problemi, allora non ci sarebbe spazio sufficiente per elencare quante volte questi incidenti vengono ignorati. 5 morti al giorno, perché lavorano (nella sua accezione più nobile, ndr) non è una notizia da accantonare è da approfondire. Perché? Come? Si poteva evitare? Se si come? Se no, perché? Si sapeva che era possibile? E se non si sapeva, perché non lo si sapeva?
Secondo l’Inail, cioè una base rispettabile di confronto, in Italia ci sono circa 3 morti al giorno. 3. Sono tante. Troppe forse. E lo Stato che fa? Come cerca rimedio?
Non lo fa semplicemente o lo fa molto poco, le uniche nel suo genere che si muovono per proteggere un minimo del diritto del lavoratore è la tanto criticata (per nulla e per cose non riguardano mani i poveri, ma solo i potenti, ndr) magistratura.
Ne, la Fabbrica dei Veleni, Felice Casson dice:
“Non si scappa alla realtà e alla vita di ogni giorno. Non bastano avvocati e tribunali per risolvere i problemi del lavoro, della salute, della sicurezza, dell’ambiente. Se le Istituzioni non rispondono, se la giustizia e l’equità sociale non hanno più alcun significato, se la tranquillità e la sicurezza personale sono diventate una chimera, se le esigenze e le necessità più comuni rimangono inascoltate, di rischia un declivio pericolosissimo. Verso la negazione dei valori etici e sociali, costati lacrime e sangue”.
Il senso è che c’è sempre meno Stato e più populismo. Populismo e gossip.

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E’ un problema di concorrenza: la sicurezza costa. L’Ue e gli Usa dovrebbero fare leggi severe e valide per tutto il mondo occidentale.
Rimarrebbe però sempre il problema della Cina e degli altri paesi dove produrre costerebbe ancor meno.
Stamane mi hai fatto venire un colpo con il titolo del tuo post: “lavorare, pagare e morire”
Giusta analisi quella di Casson.
La stampa e’ veramente tremenda, chiamarle morti bianche non fa che diminuirne l’impatto negativo sulla gente ed evita sovversivi processi di indignazione.
gio
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con la crisi il problema della sicurezza è destinato ad aggravarsi, purtroppo
Risposta a XPX:
Non è moralmente accettabile che la sicurezza nel lavoro sia considerato una spesa tagliabile. Che poi le aziende si portino sempre all’estero per produrre, rinunciando al suolo natio è un’altra piaga che in Italia si dovrebbe evitare. E non si fa nulla nemmeno lì.
Risposta a La Mente Persa:
Il titolo dovrebbe sempre incuriosire
Comunque concordo con te, si dovrebbe dargli un nome più forte. Come, omicidio sul lavoro o simile.
Risposta a pietro:
Purtroppo. sì.
purtroppo ha ragione Pietro: la crisi sta tagliando i costi della sicurezza all’impossibile; non dovrebbe essere accettabile ma quando la minaccia e’ il licenziamento e si porta avanti una famiglia, si scende a compromessi, purtroppo. Sono le istituzioni che dovrebbero crrare attorno al lavoratore delle reti di protezione tali che non si trovi mai a dover subire un simile ricatto
Il governo lavora attraverso i media, la tv. Gli incidenti sul lavoro vengono tenuti nascosti o trattati alla stregua del reato per furto, due minuti in cronaca e tutto passa.
Ribaltare quest’ordine di cose, vorrebbe dire compiere un rivoluzione. Spero avvenga al più presto e io sarò tra i fautori più attivi.
La cosa peggiore della piaga delle morti sul lavoro è che versa nella totale indifferenza delle Istituzioni: è risaputa l’entità della mattanza quotidiana nei cantieri ecc. eppure non sento mai parlare concretamente di misure serie tese a risolvere questo dramma. L’indifferenza è la cosa peggiore.
:*-(
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Risposta a punzy:
Ma io capisco questo, il senso di andare ad un compromesso pur di tirare avanti. E tirare avanti comunque permane come istinto di sopravvivenza non di dignità sociale.
Ed è appunto questa la domanda:
“Lo Stato cosa fa?”
Risposta a coscienza critica:
Nella mia piccola parte nel mondo, pure io faccio qualcosa. Ma come dico sempre, se si vuole cambiare non devono essere poche persone, tutti dovrebbe scendere a protestare e a consumarsi i mocassini a forza di camminare o stare in piedi.
Risposta a Silvia:
Come per tutte le cose. Ne più ne meno. E’ questo che ci ha portato ad essere ciechi e sordi. A non puntare il dito contro l’illegalità, alle stranezze di una politica poco pulita e di un mercato o delle banche che comunque continuano a voler prendere in giro i cittadini. Sempre.
A quanto hai scritto e descritto così bene aggiungo solamente che accanto allo stillicidio quotidiano vi sono situazioni quali le 600 morti accertate a causa dell’amianto, tutti lavoratori della Fincantieri di Monfalcone.
Perchè la cosa esplodesse ci sono voluti decenni passati nel silenzio delle autorità e della stampa ed è grazie ad un comitato di cittadini che si è potuto dare un volto ed un nome a quanto accadeva.
Uno Stato assente equivale ad uno Stato complice.
Risposta a amatamari:
Sottoscrivo l’ultima parte in pieno. E ovviamente tutto il resto.
Grazie per l’informazione Amatamari!
La vacuità di questa nostra società è fuori da ogni logica. Pongono in primo piano il nulla e non fanno niente per la sicurezza sul lavoro. Ora poi con la crisi la manovalanza abbonda e quindi non ci sono problemi per il capitale. Sfruttare: questa è la parola d’ordine.
Un saluto
Risposta a catone:
Prima o poi, spero che tutto questo posta cambiare.
Ma ci vorrebbe un qualcosa che destabilizzi il tutto. E non so se alla fine sarà un bene o un male ancora maggiore.
Un saluto a te.
Che dirti…I Media ormai fanno solo schifo, basti pensare che i Tg sponsorizzano i vari reality…e danno spazio a notizie vergognose. I giornali fanno lo spot dei loro padroni…e le morti bianche sono destinate a crescere di numero e a rimanere tali. Prima di votare la prossima volta, chissà se qualcuno ci penserà prima, prima di svendere il proprio voto in nome di un futuro già tracciato sul fumo.
Personalmente non so se voterò più o meglio renderò il mio voto nullo.
Come dici tu c’è un insieme di cose: c’è l’assenza dello stato (come su molte questioni), se lo stato facesse fare i controlli e desse delle sanzioni pesanti a chi non rispetta le norme, che se non sbaglio ci sono, in molti si metterebbero in regola. Poi ci sono anche i lavoratori che ci mettono del suo, ho visto in molte aziende fornire occhiali, guanti e mascherine ai dipendenti a cui potrebbero servire, ma siccome fa caldo, siccome da fastidio e mille altre scuse tutte queste attrezzature (chiamate DPI: dispositivi di protezione individuale) non vengono utilizzate. Un altro grosso problema è la confidenza con le macchine, che fa inevitabilmente abbassare l’attenzione, conosco un falegname che dopo venti anni di lavoro ha quasi lasciato un dito su una sega a nastro, le norme di sicurezza previste per quella macchina c’erano, e non ha potuto far altro che darsi del pirla (parole sue).
ciao
C’è molto da fare e i giornalisti potrebbero dare un grosso aiuto in questo senso, basterebbe giustamente considerare una morte in fabbrica come la morte di un loro collega inviato in guerra, o come quella di un carabinere in servizio, a cui spesso si dedicano servizi per due giorni. Si tratta comunque di un lavoratore che non è tornato a casa.
Scusa se mi son dilungato ma è un tema che mi prende dentro
Risposta a Nicole:
Io dico solo che la prossima volta voterò con maggiore giudizio. E ovviamente non sarà facile. Per quanto riguarda i media, ormai non ho più parole per definirli. Marci. Ecco forse solo marci.
Risposta a Ormoled:
Non devi mica scusarti per l’argomento lungo. Fa piacere a me leggere i pareri degli altri. E spesso lo scritto è meglio di un orale, visto che nell’orale a volte escono epiteti e quanto altro.
I giornalisti fanno ciò che chiede l’editore e a vlte l’editore dipende anche dalla pubblicità.
Leggere la storia di montanelli fa capire questo e altro.