Se son croci, fioriranno.

In hoc signo vinces: «con questo segno vincerai»

L’episodio è raccontato soltanto dalla Vita di Costantino, un’opera del vescovo Eusebio di Cesarea, stretto collaboratore di Costantino dal 325. Egli stesso mostra un certo scetticismo, dichiarando di credervi solo perché l’imperatore stesso glielo aveva riferito sotto giuramento.

Secondo il racconto di Eusebio, scritto subito dopo la morte dell’imperatore, Costantino I si orientò verso il monoteismo quando ancora si accingeva a venire a Roma per combattere contro Massenzio. Rivoltosi in preghiera alla divinità, poco dopo mezzogiorno fu testimone, lui e il suo esercito, di un evento celeste prodigioso, l’apparizione appunto di un incrocio di luci sopra il sole e della scritta “τούτῳ νὶκα “.

Nella notte successiva gli sarebbe apparso Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino avrebbe chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito su una religione, il cui contenuto gli era ancora sconosciuto.

Costantino inoltre avrebbe fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del Chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè “Christos”) sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero l’avversario. (Wikipedia)

Questo è l’inizio del perchè il crocifisso è così importante nella cultura cristiana e cattolica nel suo insieme. Certamente un segno forte, ma a essere obbiettivi è un simbolo usato in primis in una guerra. (Poca pace, molto sangue?)

Ogni tempo ha gli eroi che devono avere, e ha i propri simboli. Giusto?

Così proprio non vuole essere per l’Italia. L’Italia, amante del cattolicesimo e sempre ligio a rispettarlo in ogni sua forma cominciando proprio dai politici a questa sentenza, di giudici portati a non “capire” come hanno subito risposto alcuni prelati e alcuni vescovi; non può e non deve subire questa angheria. I politici poi. Chi sposato e divorziato. Chi tradisce la moglie. Chi ammette che 23 mila euro al mese non bastano (donate ai poveri, lo si scorda sempre), chi odia il prossimo perchè scuro, chi è nostalgico, chi disprezza per altra religione, ci vengono a dire che questa è offessa alle radici cattoliche dell’Europa e dell’Italia soprattutto. (eh, se sfogliassero la storia capirebbero che effettivamente la chiesa non era quella di oggi. Ordinò e fece massacri. Se radici sono, radici rosse di sangue sono).

Comunque all’inizio anche a me la sentenza sembrava abbastanza pretestuosa, insomma il crocifisso volenti o nolenti non ha mai fatto male a nessuno. Se penso a me stesso io pur sono stato cresciuto con un’idea e poi comunque questa ha alsciato spazio all’idea mia attuale. Quindi per me è indifferente. Sia come sia, nel suo passato la chiesa nelle scuole aiutava l’insegnamento. Don Milani è l’inizio di una scuola che ci è stata invidiata in tutto il mondo prima che i governanti ultimi cominciassero distruggere questo fiore all’occhiello. La chiesa aiutò alla costruzione delle prime scuole (certo, in via parziale grazie a noi che la pagavamo attaverso donazioni, attraverso otto per mille, attraverso altrei modi). Non dobbiamo scordarlo, nemmeno se la chiesa o chi per essa ci urta. Il passato, a mio avviso va ricordato nel bene e nel male che sia.

Eppure, come ho detto, i simboli di questo tempo potrebbero anche cambiare. Lentamente e senza perdere niente d’importante. Non è un simbolo di certo ad avvicinarmi alla spiritualità. Già nei sacri testi cristiani si menziona al fatto che il contatto con Dio avviene anche nell’intimo, anche senza nulla. Gesù nel deserto è anche questo per esempio. Non aveva templi, non aveva libri, non aveva altari. Lui, il tormento, la sabbia. Non serve un simbolo.

Per me il crocifisso può rimanere. Quello che vorrei è che una religione non venga imposta dalla nascita. Che una religione, visto che c’è ed esiste una libertà di culto e di professione, non sia superiore “politicamente” ed “economicamente” ad altre. Cosa che in questo paese non c’è. La chiesa riceve benefici, sconti, agevolamenti. Mette becco e salsa in ogni dove. In ogni decisione. Mette il becco e poi dice “libera chiesa in libero stato”. Prendendonci anche per i fondelli se devo dire. Questa non è libertà di religione. È conservazione del dominio acquisito e donato.

È una sentenza che trova il tempo che trova, non riesco a capire se sia un bene o un male. Magari perchè sono abituato al simbolo, lo conosco. Ho letto molto sopra, su di esso e sulla religione cristiana. Magari capisco anche che effettivamente un crocifisso fa parte di una cultura intrinseca del popolo Italiano (cultura non significa reale fede). È come un segno d’istintivo. Scuola, aula, foto presidente repubblica, crocifisso. Boh. Non mi dice nulla. Non mi dà fastidio. È lì.

Voi che ne pensate?

PS: chi mi conosce sa bene che non sono dolce con la chiesa. Basta guardare in giro per il blog. Quindi non pensiate che sia filovaticano. Anzi la trovo falsa, detta senza peli sulla lingua.

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Bontà e Ragione.

«Bontà e ragione non sono nella natura, ma esistono in noi, in noi esseri umani con i quali il caso si diverte; ma possiamo essere più forti del caso e della natura, anche se solo per pochi istanti. Possiamo anche essere vicini l’uno all’altro, quando ce n’è bisogno, e guardarci negli occhi con comprensione; possiamo amarci e vivere confortandoci a vicenda.» Hermann Hesse

Noi, come popolo e come nazione, nella storia (dalla più recente alla più lontana cronologicamente) abbiamo visto le cose più disparate. Invasioni, guerre, suddivisione della panisola, saccheggio, depredazioni. Anche cose positive (almeno sulla carta) come l’unificazione della penisola, la giovine Italia, la giovine Europa, l’Europa, il miracolo economico italiano. Insomma, non ci siamo fatti cambiare il bel tempo ma nemmeno quello brutto. Poliedrici.

Spesso si sente dire che gli Italiani all’estero sono tanti ed hanno subito le peggiori angherie. In Belgio. Negli Stati Uniti. In Australia. E via, in altri paesi chi con maggior risalto chi con minor. Reietti in un paese ospitante.

Questo fatto spesso e mai malvolentieri viene usato per giustificare taluni fatti di xenofobia e razzismo. Se non razzismo, di certo il termine xenofobia non può essere scartato. Si ha paura del diverso.

Chi non la pensa come me, troverà certi argomenti del tutto scontati. Possono anche dibatterli evitando però di usare termini quali:  “È/Sei  un comunista”, “È/Sei uno di loro.”, “Se capitasse a te.”. Non mi dilungo troppo, l’essere ottusi non fa per me e l’abusare di questi discorsi mi rende inquieto.

Quel che dico avviene perchè il 26 ottobre in Italia approda una nave piena d’immigrati. 300 dovrebbero essere. Un barcone lungo, secondo le stime 17 metri, che per tre giorni (dal 23 al 26 ottobre) ha navigato in un mare in tempesta. Tre giorni perchè la nave venisse messa in salvo.

Troppo? Troppo.

Il ritardo è avvenuto grazie alla nuova politica dei respingimenti addottata dall’attuale Governo (che ocme ben sappiamo i clandestini/immigrati via mare sono solo la più piccola parte). All’arrivo del barcone sono stat trovare 49 donne, di cui quattro incinta e 29 bambini. Il resto uomini. La vita di un uomo Eritreo o Somalo, è andata persa per il semplice fatto che la nuova linea del governo e quello del governo maltese è un scrollarsi di dosso la situazione. Sempre.

A onor del vero, se in regolamenti dobbiamo parlare, il governo Maltese evita in qualunque modo di prestar soccorso, affidandosi al passato del governo Italiano che provvedeva al recupero dell navi e alla loro messa in salvo. (che come ho detto ora è cambiato).

Il 23 ottobre il governo Italiano ha solo girato la comunicazione alla Libia e a Malta, senza prestare soccorso. Le acque erano di competenza maltese.

Così si è finito per decidere che i respingimenti se non tornano a Valletta (Malta) ritornano a Tripoli (Libia).

La nave che il 26 Ottobre è rimasta in Italia e non verrà respinta, deve la sua sfortuna e fortuna, al fatto che quel giorno, quei giorni, il mare era troppo brutto da affrontare per il respingimento. Arrivando al paradosso che per avere aiuto bisogna aver sfortuna. Sempre. (per cronaca è anche vero che essendo i naufraghi Eritrei e Somali godono di accoglienza umanitaria. Cosa che comunque non è estesa a tutti i paesi africani).

Tutto questo per proseguire con quello che volevo dire. I respingimenti.

Visitare certi siti come questo di Fortress Europe e leggere via via i vari racconti, gli scritti e quel che succede in Italia e in Europa nel suo complesso fa capire come un paese come il nostro, il mio paese, che si professa splendidamente cattolico e amorevole e che fa della fede e della vita virtù da proteggere con i denti anche contro il volere delle persone stesse (vedi il caso Englaro, vedi il caso del Testamento Biologico), sia così cieco e bieco e supponente e ipocrita da non vedere come questo “respingere” per rimandare in Libia sia una lesione di tutto quello che il vangelo scrive. Non viene da me, sono i politici e la maggioranza degli Italiani che si professa credente. Fortemente a volte.

Eppure però il governo, e gli italiani se volessero saprebbero e sanno, che succede questo:

Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per due mesi alla prigione di Djuazat, un mese a Misratah e otto mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per un mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano.”

Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata tre volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinta. Una volta che escono di prigione non resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli aborti.”

Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli.”

Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto cinque volte: una volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. A ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia.”

Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”

(Via: qui e qui)

E io mi vergogno. Mi vergogno. E il solo non aver votato questo governo, non mi basta più per togliermi via questo senso di schifo che mi pervade.

Quando l’ipocrisia è così palese tutto il resto mi sembra vago.

Quando sento poi che un Premier, urla e salta e inveisce con “Io non mi dimetto nemmeno se mi condannano” allora non c’è senso che questa ipocrisia se ne vada.

È un paese malato. E questa malattia ce la siamo presa noi. Noi mafiosi, noi malavitosi, noi evasori, noi precari, noi sorridenti, noi città d’arte, noi solari, noi poveri, noi ricchi, noi studiati, noi politici a cui non bastano 23 mila euro al mese, noi studenti, noi ricercatori non pagati, noi utenti, noi elettori.

Perchè abbiamo deciso da tempo ormai, che il controllo del nostro paese lo devono fare persone che da 20 o più anni, stanno facendo le solite. Non cambiando di una virgola. In meglio proprio no. In peggio. Ecco questo sì.

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Spensieri.

Ovvero pensieri scollegati tra loro.

L’altra sera guardavo Ballarò e lo ammetto è raro che mi metta a guardalo. Non perchè lo trovi fazioso. Non perchè lo trovi obsoleto. Ma perchè da studio quale è, questo diventa uno stadio. Si inizia con l’educazione. Parla uno, gli altri ascoltano. Via via però si subrenta in vizio iniziale di parlare sopra, interrompere, parlare con altri ma parlare a voce sostenuta. Dopo circa un’ora di programma l’educazione lascia lo spazio che trova solo grazie alla pubblicità. Il che è tutto dire. In programmi così anche la pubblicità più assurda trova appiglio nelle menti frastornate di chi cercava di capire qualcosa nel dibattito.

Ma faccio un passo indietro. Prima di Ballarò, c’era la fascia dei telegiornali di maggior ascolto. La fascia 20 e 20.30. Qui ci sono almeno tre telegiornali che si sovrappongono. Il Minzoliniano Tg1, il Mimuniano Tg5 e il TgLa7. Ho cercato di seguire i titoli di tutti questi.

Il Tg1 apriva con il fatto Marazzo che ho già commentato l’altra volta, per poi proseguire su diverse argomenti aventi come fulcro ciò che succede nel PD (Rutelli e affini) e a Firenze con un filone investigativo su presunti appalti strani. (Giusto che si sappia). Però niente, nessuna anticipazione nei titoli riguardo la conferma in appello sul caso Mills. Ovvero che è stato corrotto dal Presidente del Consiglio e condannato a quattro anni e tot mesi.

Mi sta bene Marazzo. Mi sta bene Firenze. Ma santo cielo, si parla di un processo che ha in mezzo il Presidente del Consiglio. E non dico altro.

Il Tg5 apriva con le stesse, quasi identiche, notizie del Tg1. Nei titoli, anche qui, non c’era nessuna traccia del caso Mills. Evidentemente Marazzo era più importante. Il capo del governo, invece in questo caso era secondario. Capita. Saranno motivi giornalistici.

Il TgLa7 parla di Mills alla prima notizia. Parlando poi del resto, senza troppi problemi.

Questo per dire che non è proprio il caso cassare chi proferisce dell’esistenza di una castrazione nella libertà di stampa in Italia non c’è. Come scrissi qui, non si parla di libertà in senso stretto, ma di “serenità di stampa” e un giusto metro nel dare peso alle notizie. Il telegiornale è come un giornale. Sul fondo le notizie meno importati, nelle prime pagine le notizie più importanti.

Fine della digressione.

Torniamo a Ballarò. Il programma si svolge con alti e bassi. Fracciatine infantili da ambo le parti, offese velate da una parte solamente. (qui potete trovare ampi stralci, grazie Gisa).Poi, come mi è fatto stato notare qui da il Russo, c’è un discorso della Concita de Gregorio (Direttrice l’Unità) su quanto riguarda la telefonata del Presidente del Consiglio a Marazzo. Ovvero:

-Sul caso Boffo, lei disse che non poteva farci nulla perchè i suoi giornalisti erano indipendenti. Come mai in questo caso ha preso in mano la cornetta per avvertirlo?

La risposta arriverà dalla ormai consueta abitudine di chiamare in studio del Presidente del Consiglio, cosa che può fare senza problemi e giustamente mi affretto a dire. Si prende il tempo che vuole, giustamente anche qui per esplicare il proprio pensiero, producendo alcune frasi ormai targate con un marchio di riconoscimento:

-Programmi senza contradditorio™

-Giudici comunisti™

-Programmi pagati con i soldi dei contribuenti™

Sinceramente, le solite cose che ormai ci vengono propinate da tempo immemore.

Insomma cosa voglio dire con tutto questo?

Quello che dicevo appunto l’altra volta. Stiamo andando avanti con le solite cose. Ogni settimana è una fotocopia dell’altra. Cambia il problema di fondo, il tipo di discussione, il motivo di discussione seppure siano sempre quelli ormai. Non si va avanti, non c’è armonizzazione nel parlare e non c’è normalizzazione nel pensare.

Un pensiero diverso non trova dall’altra parte intenzione di capirlo ma solo una barriera e una mazza per rispedirlo indietro magari con parole offensive di contorno o peggio ancora di supponenza.

Insomma, se palesemente si vede che qualcuno mente, che qualcuno si para dietro ad archetipi ignobili, perchè si continua a dargli una forma superiore quale non è?

E perchè si sceglie sempre il simile?

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Ventate perplesse.

Non mi dilungo troppo, ho avuto dei problemi, più o meno accesi. Primo su tutti il matrimonio di mio fratello, quindi, già mi correggo su quei problemi con “impegni di vario genere”.

In un concentrato massimo di sette giorni la politica italiana ha subito due ventate. Alcune atte al disgusto, altre atte al disgusto. E la ripetizione non è un refuso.

Il primo è il fatto di Marrazzo.

Il fatto che Marrazzo andasse sì o no a Trans, per me, non crea fastidio. Insomma, può fare quello che vuole, nei limiti del possibile. La maggioranza però si potrebbe trovare offesa. Non so se a torto o a ragione. Insomma, l’inclinazione sessuale prima o dopo il voto non dovrebbe essere un problema di un elettore o delle persone sotto quel “governo” anche se regionale. Il punto di flessione di scandalo è il farsi eleggere mostrando immagini distorte dalla realtà dei fatti. Ti mostravi sposato? Amante della famiglia? Dei “valori” della famiglia? E vinci anche, ma non solo, per quello? Allora alla prima deviazione da questo percorso è giusto che tu dia le tue dimissioni. Non perché tu vai con i Trans perchè sinceramente lì fuori, nel mondo si trova veramente di “tutto”. E non c’è da stupirsi. Ma te ne vai perché hai consegnato una fotografia di te diversa. Insomma menti.

Possiamo anche tralasciare questo fatto, e le dimissioni dovevano venire quando si trapela e lo stesso conferma che “lo fece per Paura”. Paura di cosa? Se son lecito?

Se un uomo ha paura, ha paura perché nasconde qualcosa. Se tutto era finto, non vero, fittizio si sarebbe scoperto e l’immagine pulita di prima, sarebbe tornata limpida anche dopo.

Questo cercare giustificazioni, lo vedo come un modo per districarsi dai fatti. Lungi da me dà dire che sia falso, sia chiaro, solo che non lo accetto. Come persona intendo.

Mi dispiace, non perché si torna a votare in Lazio, ma perché alla fine Marrazzo governava bene la regione.

Costola di questo fatto è la frase lasciata da alcuni esponenti di centrodestra nel dire: “noi non abbiamo sciaccalato su questo fatto, come hanno fatto a suo tempo quelli della Sinistra con il Premier Berlusconi”.

Ipocriti. È un falso non fare, o un falso non dire. Quando Sircana fu trovato nella quasi medesima situazione ci fu lo stesso, meno se devo essere sincero, trattamento dato a Berlusconi. Trovo deleterio e senza senso continuare per “la sinistra fece” e di contro “la destra fece”, questo modo porta solamente a giustificare, o meglio a togliere dal fatto il giusto disgusto che certe scene della politica italia ci propina ogni volta. E’ peggio per noi, per loro non cambia nulla, o poco.

A Marrazzo, che ripeto non ha fatto nulla di male se non imbrogliare l’elettorato a mio avviso, va l’onore di portarsi alle dimissioni. Non subito vero, ma in Italia anche in palese dimostranza di fatti non ci si dimette (vedi Cuffaro condannato in primo grado a favoreggiamento semplice…) va la mia stima come elettore. Non completa, ma c’è.

La seconda ventata.

L’elezione di Bersani.

Uomo “de na volta” per portare un PD senza anima e senza cuore verso il Nuovo. Magari sono crudele, un giorno solo è passato e lo critico. Ma non mi è piaciuto il fatto che è sempre, comunque e dovunque la vecchia guardia (il fattore natalità zero pesa in Italia) gli anziani a decidere una politica stantia e sempre riportata sui vecchi nomi.

Di servizi su interviste delle primarie si trova spesso questa frase:

“Voto Bersani perché è quello che conosco di più”.

Non è una voto completo questo, almeno legalmente lo è per carità, ma non ha una spiegazione sul perché “io come persona” voglio delegare (perché delego) la conduzione di un insieme d’idee nel quale io mi trovo affine, per il prossimo periodo più o meno lungo.

Poi, a essere sincero Bersani ci ha portato in poche ore alla quasi dipartita di Rutelli e di tutta quell’ala incongruente con il pensiero del PD da quando è nato.

Rutelli vorrei solo che spiegasse il significato di: “Andrò con Casino, non adesso e non da solo”.

Il “non da solo” spero sia “con la Binetti”. Ma mi perplime il senso di quel “Non adesso”.

Che aspetti? Che fai?

Non so, io preferivo Marino. Continuerò a preferirlo, finché non vedrò un reale cambiamento in questo Partito che sembra più frequentato da spauracchi che da persone impegnate a voler veramente cambiare in meglio o verso il meglio la propria posizione politica e quindi il paese tutto.

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Prurito Catodico.

Ecco che riprendo, e spero con una frequenza similmente a quella passata, a scrivere in questo mio spazio virtuale. Comunque ricominciamo.

L’altro giorno su l’Era Glaciale, il programma condotto da Daria Bignardi (che ammetto, mi piace.) vi era l’intervista a Roberto Saviano. Saviano di certo non dovrebbe richiedere presentazioni, ma dopo la visione di quest’ultima intervista e di alcune discussioni nate in qualche forum e/o social network non ne sono poi tanto sicuro. Mi spiego.

Tutti conoscono Saviano, in un modo o nell’altro. Gomorra, la sua vita rovesciata perché sotto scorta, il film, le sue denunce contro la mafia, contro una politica troppo collusa e spesso assai troppo vicino o parzialmente vicino a persone di mafia, eccetera eccetera eccetera. Tutti.

Eppure guardando i servizi presentati durante programma si poteva notare come la gente di Casal di Principe non vedesse l’uomo come narratore di cose ingiuste, ma lo vedeva come l’ingiusto nella normalità di quel che era. E questo specialmente tra i giovani.

“Che diritto aveva di mostrare il nostro paese come il male assoluto?”

“Schiavone non è il male, è un uomo comune, normale”

“Saviano non ha fatto un favore al paese, che è per gente per bene”

Ora si può ben capire come il tutto sia leggermente distorto da quello che dovrebbe essere la concezione normale delle cose. Mafia male/No mafia bene. Ecco. Non è così, e non credo che sia facile invertire questa rotta di cose. Soffermandomi potrei anche pensare che nel pronunciare queste frasi vi sia una forma di protezione, e probabilmente è così in effetti, ma questo, questo davvero non cambia il fatto come un paese che si definisce civile e avanzato scientificamente, culturalmente ancora permetta ai suoi cittadini di vivere in una forma contratta di libertà. E lo so che son parole ripetute migliaia di volte, e lo so che son parole che io dico a cuor leggero visto che non sono in una condizione simile, e lo so che da fuori tutto sembra facile e criticabile. Quel che non so, è come appunto sia possibile questo.

Saviano tocca poi un’altra argomentazione. La libertà di stampa in Italia. Ne parla bene Wittgenstein (che vi consiglio di leggere).

Non manca davvero una libertà di stampa in Italia, bene o male tutto è scrivibile in questo paese, per una via o per l’altra. Facilmente o non facilmente, se così non fosse, non potremmo certo venir a sapere di molte cose. Come ha detto Saviano e come ha brillantemente riassunto Wittgenstein (Luca Sofri) manca in Italia una serenità di stampa. Ovvero il fatto che un nostro scritto, un nostro pensiero scritto, orale e simile non ci porti a dover essere costretto a modificare radicalmente la nostra vita.

Ma, e c’è sempre un ma, io parlo di una libertà di stampa. Non LA libertà di stampa.

Pensandoci bene, alla lunga una parziale serenità di stampa porta alla limitazione concreta della libertà della stessa. Poco dopo poco, tutto viene intaccato. E lo vediamo tutti i giorni. Bene o male tutto è scrivibile non significa che tutti, in egual modo ed in egual misura possono venir raggiunti da queste informazioni piuttosto che altre. E questa è una limitazione al diritto di informazione.

Poi sorrido quando leggo questo, da parte di un lettore di un giornale verso l’apertura di un nuovo giornale politicamente e mentalmente schierato contro:

“Non riesco a capacitarmi del fatto che si tolleri con tanta leggerezza il proliferare di giornali nuovi, vedi quello di Marco Travaglio, l’uomo più viscido della sinistra disfattista e sempre alla ricerca di nuovi modi per indebolire il premier, vista la continua ascesa dello stesso nel consenso degli italiani. Possibile che l’avvocato Ghedini non riesca a trovare un reato plausibile per la chiusura di queste «vipere» che strisciano con il continuo intento di mordere il premier e causarne la morte politica? Un giornale che palesemente offende e denigra il capo del governo va subito chiuso. Lasciamo poi le critiche a chi è nato per criticare tutti gli avversari politici. Una volta creato l’esempio gli altri giornali di sinistra si guarderanno dal continuare ad offendere il premier e la sua coalizione. Possibile che non si riesca a trovare una norma che preveda l’attentato morale al capo del governo? Io credo che l’unica soluzione a questo continuo stillicidio di calunnie sia quello di rispondere con i sistemi usati (che io non approvo) da Putin nei confronti della Georgia, e della Cina nei confronti dei monaci tibetani: «La forza». Dopo una serie di bastonate inflitte a Franceschini, D’Alema, Travaglio, Santoro e Maurizio Mannoni, si vedrebbero subito i risultati, si vedrebbe il ritorno del rispetto nei confronti di Berlusconi.” (fonte)

Con questo, rispondo riportando la frase di donna, che ho trovato in un social network.

“La libertà d’espressione è quella cosa grazie alla quale, se sei stronzo, puoi dire tutto quello che ti pare. E rimani comunque uno stronzo […] il fatto che a tutti venga concesso di esprimersi non significa che tutte le espressioni abbiano uguale peso e valore. E se non lo capisci, sei stronzo”

Lei lo scrisse per un altro motivo, ma credo che non sfiguri nemmeno qui.

Postuma Scriptum:

In questa pagina ho elencato tutti i modi che possibili per contattarmi.

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